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L'intollerabile peso di un fiocco di neve. Tra la pelle e il cuore.



Autore: Ros The Elphe [Scrivi]

Disclaimer: Tutti i personaggi descritti appartengono ai rispettivi proprietari.

Personaggi: Rikku

Genere: Malinconico, Sentimentale

Rating: verde



Introduzione


Una storia non è fatta di parole come 'fine' così pateticamente poste al termine della pagina. Sono tanti, mille inizi. Perché una storia finisce solo dove il narratore ha smesso di raccontare. La storia continua, strisciando da una pagina all'altra, in una ferita o nella piega di un sorriso, trascinandosi dietro mille pensieri, mille ricordi. Mille dolori. Io sono Albhed e non amo i ricordi. No mi correggo: sono una quindicenne Albhed che ha combattuto una guerra più grande di tutti i suoi incubi e non ama i ricordi. Certo, ora è molto meglio.
Il peso di tutti questi ricordi mi preme sulle spalle, sul petto e mi taglia il respiro. E tutto è iniziato in un giorno qualunque, quando abbandono i sogni di bambina per i capricci di ragazza, solo per rintanarmi nella più assordante solitudine, nascondendomi dai ricordi, dalla guerra. Da tutto. In un bianco e gelido deserto.
Ecco, questo è il mio nuovo inizio.



Seleziona il capitolo desiderato:

L'intollerabile peso di un fiocco di neve. Tra la pelle e il cuore.


Capitolo: Prologo, 1, 2, 3, 4, 5
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Prologo


“Cos’è questa roba?”­ chiedo alla locandiera, spuntando oltre l’orlo del piatto di ceramica antiaderente che mi era stato consegnato. La locandiera, una ragazza Albhed, magra e attraente, si fa una forte risata prima di rispondere all’ordine di un altro cliente, senza calcolarmi un secondo di più.

Fantastico. E ora che faccio?

Sto morendo di fame. Forse avrei fatto bene a portarmi lo zaino con dentro la colazione preparata da papà. Almeno sarei sopravvissuta fino all’arrivo di Rin. Invece lo avevo appositamente dimenticato sull’aeronave, sapendo già che papà non fosse esattamente un cuoco provetto. Ma almeno avrei mangiato qualcosa di più o meno commestibile, che mi avrebbe calmato i morsi della fame finché Rin non avrebbe fatto ritorno alla locanda. Lui mi conosce bene, sono un po’ come una figlia per lui. Se solo fosse qui adesso, sicuramente mi farebbe preparare una cenetta coi fiocchi, non come questa stupida inserviente.

Non importa, adesso è inutile ripensarci.

Qualcuno potrebbe pensar male di me, potrebbero addirittura cacciarmi dalla locanda, fuori in mezzo al freddo polare. E io non ho nemmeno un giubbotto.

Dovrei chiedere a Rin di procurarmi degli abiti adeguati. Dopotutto, top e shorts non sono l’abbigliamento adatto per chi va a fare una piccola gita in montagna.

Infilo con cautela due dita nel piatto, incurante del fatto che tutti gli altri clienti della locanda -un ragazzo e un uomo sulla quarantina, giorno di punta evidentemente- mi guardano disgustati, e afferro quel seme piccolo, bianco e caldo, che si sporgeva tra i suoi mille fratelli nella mia scodella fumante. Lo studio con fare scientifico e mi trattengo con molta fatica dal chiedere al signore accanto a me “scusi, mi sa dire cosa sia questo coso?” oppure “sa se la locandiera ha attitudini tipo avvelenare il cibo?”

Lo annuso. Sa di caldo. Odora di niente. Sembra morbido e farinoso. Lo schiaccio con decisione tra l’indice sul pollice.

Ciao ciao semino avvelenato.

“Ma che stai combinando, ragazzina! Il tuo riso si sta raffreddando!” mi urla la locandiera trasportando un enorme vassoio pieno di piatti e bicchieri sporchi.

Già prima non è che mi fossi simpatica. Adesso mia cara puoi anche programmare la tua fine. Nessuno -e dico nessuno- può permettersi di chiamare ragazzina la grande Rikku. Sono due parole discordanti, troppo simili, probabilmente l’una il significato dell’altra. Eppure nella stessa frase suonano malissimo, se non divise da un “no” chiaro e sincero. Odio il sarcasmo.

Ora spero sinceramente che ti cada tutto per terra. Vassoio, piatti, bicchieri, posate. Magari riesci anche a tagliarti quel bel faccino da bambina. Oppure ti si offusca l’occhio che stai strizzando al ragazzo lì in fondo.

Così questa roba bianca e fumante si chiama riso.

Interessante. E io che cominciavo a credere che avrei mangiato solo i piselli e qualche pezzettino di carne, tanto per placare i morsi della fame.

Assaggiamo. Tanto, peggio di così non potrebbe andare. Spero.

…

Bene. E’ caldo e pastoso. Alcuni chicchi di riso sono meno cotti e fanno uno strano rumore sotto i denti. E’ piacevole. Coi piselli e la carne ci sta molto bene. Fa una bella figura. È pure piacevole alla vista. Dopotutto, anche l’occhio vuole la sua parte.

Infilo in bocca la prima cucchiaiata in bocca, poi la seconda, la terza, la quarta, finché non sfogo la fame graffiante nel finire la scodella il più voracemente possibile, ingoiando porzioni di dimensioni impossibili nell’esofago. Per fortuna, mangio sempre come un ippopotamo e con la voracità di un bicorno. Il mio duro allenamento giornaliero ha reso elastico l’esofago, in modo che io possa mangiare uno shopoof in un solo boccone. Altrimenti mi sarebbe rimasto bloccato in gola tutto il riso, come un tubo otturato.

E dopo tanta foga e voracità, resta solo, sul fondo del piatto, una manciata di riso. Candido, infreddolito. Lo raccolgo nel cucchiaio e lo riporto alla bocca, dove lascio la posata appeso per un po’ tra le labbra, stretta nei denti, con manico sospeso in aria.

Non sa di niente. E’ freddo e insipido. E non so perché, comincio a pensare alla mia vita. Nel migliore posto dove una persona può pensare alla propria esistenza. Seduto al banco di una locanda costruita per qualche motivo in mezzo al nulla e al freddo polare di Macalania, in un mondo troppo affollato per pensare anche per un istante ai suoi abitanti.

È un po’ come stare da uno psicologo. Io e la vuota ciotola di riso. A tenere interessanti discorsi sui guil, su armi che non so nemmeno impugnare e -sulla mia vita.

Prima aveva senso. Credevo di sentirmi appagata e soddisfatta dopo quello che avevo fatto con Yuna e gli altri guardiani. Invece no. Non è cambiato niente; si scindono le epoche, ma io sono la stessa persona di prima. Sarei troppo ottimista se pensassi che dagli avvenimenti passati potessi imparare qualcosa e magari cambiare.

D’improvviso, la mia riflessione si spezza, si frantuma, in un gran fragore che mi fa voltare di scatto il capo. Un rumore dalla cucina mi richiama alla realtà.

Cocchi di ceramica bianca sparsi come mille chicchi di riso su tutto il pavimento.

Alla fine sono riuscita a farglieli cadere tutti. Dubito che siano stati i miei mirabili poteri di telecinesi a fare questo disastro, ma mi compiaccio e sorrido tra me e la ciotola di riso, come se avessimo un segreto unico e importantissimo da mantenere tra noi.

Tutto è iniziato in un giorno come gli altri, talmente normale che lo avrei sicuramente dimenticato. Un normalissimo giorno né afoso né invernale. Era un giorno come tanti, che si affacciava su una storia ormai chiusa quasi del tutto.

Ah, ho detto quasi.

Conclusosi il meraviglioso discorso di Yunie riguardo alla sconfitta di Sin nello stadio di Luka, tra esulti vivaci e urla festose, ci trovammo chissà come a camminare lungo il porto. Come nei sogni. Quando ti ritrovi catapultato da un posto all’altro, senza rendertene conto. Guardavamo l’orizzonte azzurro, il mare non più nemico.

No, solo io lo guardavo.

Accadde in un attimo. Un rombo di motori mi alzò lo sguardo e vidi l’aeronave che si accingeva ad atterrare alla banchina otto -la stessa che, qualche tempo prima, aveva accolto l’arrivo di Lord Mika- per quanto permettesse lo spazio. E papà stava ai comandi, insieme a mio fratello. Credo che fossero felici e impazienti di potermi rivedere viva e salva.

No, salva proprio non direi.

Appena sceso dal portellone principale, borbottando incomprensibilmente tra sé e sé, papà mi era corso incontro con una velocità di passo che non avrei mai immaginato e mi aveva abbracciata con una tale potenza che mi aveva sollevata da terra. A certe effusioni sono ancora poco abituata, non so mai cosa dire o fare. Quindi sto zitta. Oppure mi lamento come una matta.

Sta per spezzarmi la colonna vertebrale. Vabbe’, dopotutto, un po’ lo merito.

Mi aveva messa di nuovo giù, solo quando le mie lamentele gli erano giunte insopportabili alle orecchie. Finalmente a terra mi aveva guardata per la prima volta da quando era arrivato e avevo dovuto alzare lo sguardo per vedergli il viso, alto e massiccio com’era. E mi aveva guardata, come si guarda un bel quadro, oppure la statua di un invocatore.

Orgoglioso.

Papà faceva sempre degli sproloqui infiniti e terribilmente noiosi. In qualunque situazione. Ed erano così mortalmente inutili che spesso era difficile restare ad ascoltarlo e seguire il filo spesso dispersivo del suo rimprovero. E allora cominciavo a contare, almeno finché non la smetteva e prendeva fiato.

E ricominciare, una, due, tre volte.

Quando invece avrebbe dovuto dire qualcosa, quando chiunque avrebbe detto qualcosa, lui se ne stava in silenzio. E si limitava a guardarti con quei suoi occhi castani senza sfumature, che racchiudevano dentro le pupille tutto il sole di Bikanel. Aspettandosi che quello sguardo avrebbe detto tutto che non diceva.

No papà. Questo sguardo non significa niente.

Dopo il mistico sguardo-che-non-parla, mi aveva scartata di lato sempre senza aggiungere verbo e si era diretto verso Yunie, probabilmente per un altro abbraccio degno di un lottatore di sumo.

Guardavo solo l’aeronave. E intanto pensavo che quella sarebbe stata la mia nuova casa. Già, perché la mia casa era stata distrutta. E non l’avrei più rivista. Credo che il mio cervello avesse rimandato ogni pensiero alla mia vecchia cameretta, nella Base, dove papà mi dava la buonanotte accarezzandomi i capelli, dove avevo appeso i disegni di tutta la famiglia, anche di coloro che non avevo mai visto. Lo stesso posto in cui mi chiudevo quando litigavo con mio fratello, oppure quando c’era troppo sole per giocare fuori e allora, per passare il tempo, aprivo la finestra e guardavo fuori. E immaginavo oltre le dune il mare che circondava Bikanel. Tanto oro sabbioso sotto, sopra, intorno a me, in ogni direzione. Con tanta ricchezza mi circondava, potevo considerarmi una vera principessa. Ma adesso sono grande e so che le vere principesse sono vestite di stracci, lavano immense scalinate e fanno le sguattere prima di incontrare il loro principe e diventare principesse, per poter vivere il loro “per sempre felici e contenti”.

Io non sono una sguattera. E non diventerò una principessa come quelle delle fiabe. E forse non avrò mai il mio lieto fine. Almeno non quello di cui vantano le principesse fiabesche.

Il punto è che una vita trascorsa a Bikanel ti insegna a sognare. Come gli intercessori di Zanarkand, con la sola differenza che loro sognavano il passato. Il sogno, in tutta la sua purezza, nel suo significato primario, nasce con gli Albhed. Gli Albhed sognano, sognano tanto, sognano qualunque cosa, situazioni impossibili poste in luoghi completamente inesistenti.

Ma i sogni sono permessi solo ai bambini. Ai grandi no, non è lecito, non sarebbe possibile.

Da grandi non c’è più tempo per sognare.

Un gemito strozzato mi fece voltare di scatto. Papà stava per uccidere nel suo abbraccio l’invocatrice che era sopravvissuta a Sin. Credo che se avesse insistito, Yunie sarebbe stata ricoverata nel tempio più vicino per la frattura di ben quattro vertebre.

E non ti dà molto onore spezzarsi quattro vertebre in un abbraccio quando sei l’invocatrice che ha salvato Spira. È abbastanza ridicolo, a dire il vero.

Dopo una lunga e dura battaglia, i combattenti fieramente sopravvissuti vengono accolti clamorosamente con gioia e acclamati come eroi. Ma dopo? Cosa c’è alla fine della storia?

Gli eroi ritornano a casa. Ritornano alla loro vita di sempre, promettendo di conservare il ricordo di chi non è tornato a casa.

Ma questa non è solo una litania che percorre i libri. E’ la realtà di ogni guerra e chi parte è sempre pronto a dire addio alla propria terra, pensando che probabilmente non potrà più rivederla.

E anche tra noi, ognuno aveva un posto dove andare. Una casa alla quale fare ritorno, una famiglia o una comunità da riabbracciare, dopo averle detto addio pensando di non rivederla mai più. E lo so, non c’è niente di più dolce e rassicurante che ritrovare qualcosa che credevi aver perso per sempre. Per esempio, Lulu e Wakka sarebbero ritornati a Besaid, alla loro piccola dimora. Alla loro normalità. Per sempre.

E vivranno come vivono le persone normali portandosi dietro memorie che posso avere solo persone che hanno vissuto lo straordinario.

Non esattamente da persone normali, vero?

Ma ci proveranno. E se lo faranno con desiderio, ci riusciranno. L’importante è crederlo. Credere è la forza più potente di Spira, al di sopra di tutto. Oltre Sin, oltre la vita, più forte della morte. La -ormai sconfitta- forza yevonita ne è una prova consapevole così ovvia mi sento banale nel citarla.

Chiunque aveva una terra da baciare, una casa alla quale fare ritorno.

Tranne me.

Caro il mio cervello, sei pregato di non darmi fastidio e di tenere riservate per te le tue osservazioni. Non cercare di condividerle con me, non mi interessa sapere dove vagano i tuoi neuroni. Anzi, se proprio vuoi saperlo, tienili stretti, legali da qualche parte se ci riesci. Le persone che mi stavano intorno hanno sempre dubitato della tua esistenza; io no. Ma ti odio, cervello mio. Basta coi tuoi pensieri, con le tue opinioni.

Entra in coma profondo, come pensavano tutti.

E lascia fare a me.

Salutati i miei compagni di squadra, papà mi aveva presa per mano, come quando ero ancora una bambina, e mi aveva accompagnata fino al portellone dell’aeronave, a passo lento e disinvolto, con un atteggiamento quasi regale. Ho camminato, senza voltarmi, senza guardare l’aeronave, senza pensare. Senza stringere la mano di papà. Mi sono girata solo sul portellone, prima che si chiudesse, mentre gli occhi si appannavano e l’unica immagine che mi si impigliava nella retina era quella di Yuna e del suo kimono volteggiante, mentre mi salutava agitando la mano. E io l’ho guardata, lacrimante, con la porta che si chiudeva, finché anche l’ultima immagine è stata inghiottita dal buio profondo.

Il tonfo del portellone principale che sbatteva chiudendosi. Poi è finito tutto.

Quel giorno, qualcuno mi ha vista piangere.

Ma si sbagliavano.

Hanno visto quella mia lacrimuccia sperduta e l’hanno messa nell’occhio felice di uno spirito commosso. Ma solo perché le persone non riconoscono il dolore nemmeno se glielo metti sotto il naso oppure ti scrivi sul viso a caratteri cubitali “sto soffrendo”.

Io rido. Rido spesso. Ma ridere non è essere felice. Ma la gente non lo capirà mai, è inutile provarci. E’ una prerogativa delle persone; conoscono solo il proprio dolore. E non fanno che ignorare o sminuire quello altrui. E se qualcuno se ne accorge e dice -inutilmente- che capisce, probabilmente lo fa per semplice cortesia. E ammesso il caso che capisca per davvero il tuo dolore, non potrà mai provarlo.

Il dolore è un’inviolabile proprietà privata che vorremmo vendere al primo passante. Ma chi comprerebbe un cuore che non funziona? Chi comprerebbe due occhi annacquati? Chi mai comprerebbe le mie lacrime infantili?

Probabilmente non è colpa di nessuno. È normale. Come respirare. Come provare odio.

Forse è stata colpa mia.

Non si dovrebbe mai piangere in pubblico. Rischi di sembrare stupido o infantile, e ti sentiresti incompreso. In verità, dietro certe lacrime, quelle che tratteniamo da tanto, è nascosta più maturità degli eterni silenzi in cui preferiremmo immergerci.

Si affoga sempre da soli, annegando nelle lacrime, sommersi dalla disperazione.

E’ stato una notte.

Nell’aeronave c’erano delle stanze in cui stavano stipate delle brandine per la notte. Molti stavano nella stessa stanza, cercando di farsi spazio come potevano.

Avevo preferito non occupare spazio tra gli altri e avevo trovato una -più o meno degna- sistemazione in un ripostiglio polveroso, grande quanto una cimice. Era bastato spostare delle travi e dei pezzi di ricambio per la nave e mettere a terra un paio di coperte per formavano uno strato sottile quanto un foglio di carta, ma almeno non avrei dormito per terra.

Il buio era assoluto, dovetti accendere una torcia elettrica caricata con una saetta -il mio zaino era ancora pieno di tutte quelle diavolerie che Tidus mi regalava quando andavamo lungo la Piana dei Lampi per farmi distrarre- per farmi un po’ di luce in quel buio insopportabile che dava troppo sostegno ai miei ricordi e alle mie fantasie.

Mi sdraiai con cautela sulle coperte e mi strinsi le gambe al petto per trattenere tutto il calore possibile, per quanto non facesse esattamente freddo. L’umidità era tangibile in quel buco di ragnatele e casse piene di bulloni e cacciaviti.

In quel buio senza pari, mi promisi che non avrei pensato a Sin. Non avrei pensato al pellegrinaggio. Non avrei pensato alla Base.

Ma era impossibile non pensare a casa mia. Ormai era troppo consapevole il pensiero che l’aeronave stava vagando senza meta nel cielo, alla ricerca di un attracco temporaneo, senza una terra promessa alla quale fare ritorno. In quel momento mi sentii anche io così. Vagabonda. Dannata. Una goccia di pioggia nel vento, praticamente.

La nostra aeronave volava, oltre le nuvole, oltre la terra, superando mari e città. Credo che quella notte abbia volato per miglia e miglia, senza fermarsi, perché non esisteva su Spira terra che potesse accoglierci. I Guado avevano invaso la nostra Base e noi avevamo dovuto distruggerla, ricordo il drammatico momento in cui, cantando l’inno, facemmo esplodere la Base. È vero, poteva andare peggio, potevamo morire tutti, potevamo restare coinvolti nell’esplosione -ma è troppo difficile sentirsi salvi. In quel momento riuscivo solo a pensare a tutto quello che avevo perso e che prima avevo gelosamente conservato.

Le cose di mia madre, i gioielli della nonna, i miei giocattoli -e altre cose.

Ero stanca e stressata, piegata dalla fatica e dal sonno. Mi addormentai quasi subito, preda dei miei incubi peggiori. Nel mio sonno agitato feci un sogno strano.

Sognai la sabbia di Sanubia. E sognai una bambina coi capelli biondi, stretti in due trecce.

Sono io? Sono io!

E sognai un’oasi che brillava sotto il sole cuocente del deserto. L’acqua cristallina era luccicante come un mare di guil tintinnanti, in cui mi sarei tuffata con piacere, come una sirena che si immerge nel suo mondo sconfinato.

E sognando, sognai un padre. O almeno, aveva la faccia di un padre. Di mio padre. Perché forse era proprio lui. Era un padre all’ombra di una palma, seduto nella vegetazione, col sudore sulle tempie, che cercava il vento, che ringraziava l’ombra, che aspettava la sera.

Un padre che raccontava una storia.

La storia che raccontava parlava di un tempio di ghiaccio. Disperso, proibito a tutti gli Albhed. Un antico tempio millenario, custode di un’energia potentissima, circondato da un immenso deserto bianco e l’unica via per raggiungerlo era attraverso un bosco fittissimo ed intricato.

Il bosco che c’era in tutte le fiabe che mi raccontava papà, con la differenza che questo era vero.

Probabilmente una bella storia che i viandanti si raccontavano, oppure che i ragazzi mormoravano sotto voce, come quando si parla di un segreto forte e tenebroso. Un bosco di ghiaccio, alberi frondosi, foglie lunghe e sottili, dure e luminose come lami di coltelli.

Io conosco questo posto.

La consapevolezza arrivò col risveglio. Io ero stata in quel posto, ero entrata nella favola. Era il sogno di ogni bambino, entrare nel proprio sogno, e io l’avevo inconsapevolmente fatto. Avevo attraversato il bosco, ero arrivata nel deserto, e avevo visto il tempio di ghiaccio. Avevo superato tutte le sue prove e avevo conosciuto la mistica entità che nascondeva al suo interno.

Questo favola. Questo posto. Io ne conosco il nome.

Macalania.

Il nome rimbombò nel sogno e prima che io potessi afferrarne il significato voci confuse oltre la porta e nei corridoi mi trascinarono dal sonno al risveglio. Ma il sogno non era svanito, e la favola era rimasta nei miei pensieri più misteriosi, nascondendosi nelle ombre del mio inconscio. La consapevolezza allargò le mie pupille dallo stupore. Di prima mattina scattai dal mio giaciglio e, correndo nel corridoio, mi precipitai dal pilota, invertendo la rotta dell’aeronave.

Se papà non mi avesse vista e fermata in tempo, forse avrei rotto i comandi.

“Macalania! Devo andare a Macalania!”

Ecco, così è iniziata la mia nuova storia. Perché la mia vita non poteva finire con il pellegrinaggio, doveva andare avanti. C’è ancora tanto, troppo tempo, e per combattere i ricordi, posso solo continuare a vivere il rischio e partire di nuovo. Devo lasciare la mia famiglia, il mio popolo.

Papà non voleva che io ripartissi così presto, non riusciva nemmeno a vedermi di nuovo parte della famiglia. Avrebbe preferito rinchiudermi nell’aeronave, al suo fianco, a vagare forse non in eterno, a cercare ancora la terra promessa.

Papà, ti voglio bene.

E so che anche tu me ne vuoi. Perché tante volte trascuri l’affetto per lasciarmi andare via. Volo dalle tue mani, con la promessa di tornare. E lo sai, io tornerò, quando lo troverò opportuno. Quando sarà il momento di voltare le spalle e di fare marcia indietro, quando hai percorso troppa strada e non sai più dove andare. Quel giorno, saremo di nuovo una famiglia.

Capitolo I


Il mio nuovo cappotto blu è caldo e morbido. Così comodo che ci potrei dormire dentro. Le maniche sono splendidamente larghe: posso piegare i gomiti e toccarmi le spalle con le mani senza togliermi il cappotto e senza che si sformi. Qualcosa ai limiti dell’immaginabile. Non so se sono le maniche ad essere larghe o le mie braccia ad essere troppo sottili, anche se ho messo qualche muscolo in più dopo il pellegrinaggio.

Sembro quasi uno spaventapasseri, ma tanto lo sembrerei con qualunque capo d’abbigliamento addosso. Quindi pace. Mi godo la beatitudine infinita che dona indumento caldo in un freddo polare.

Lo specchio è freddo e consapevole, mi rimanda la mia perfetta immagine, senza sfuocature né crepe. È pulito e splendente, non potrebbe essere più vero.

Sono io.

Quell’immagine potrebbe saltare dallo specchio e venirmi davanti, scegliere una vita propria e smetterla di copiare ogni movimento, ogni espressione, ogni inclinazione.

Forse sarebbe la scelta migliore.

È ora che prendi una strada anche tu, riflesso. Smettila di copiarmi, se non la smetti un giorno ti accuserò di plagio e dovrai darmi tanti di quei soldi che dovrai per forza piantarla. In tal caso, li darei tutti a Rin per ristrutturare la locanda e per far licenziare quella smorfiosa della locandiera.

“Vedo che il mio regalo ti è piaciuto!”

Rin. Adorabile bastardo. Hai dovuto mettere i saldi, vero, dopo la sconfitta di Sin? Gli affari vanno alla grande. In tutta Spira le sue locande sono diventate le più famose e gettonate dai viandanti, che ormai le preferisco ai templi yevoniti. Adesso la forza di Yevon incute ancora molto timore nelle persone. È naturale, anche io ho paura. Ma non degli yevoniti.

Il cambiamento, è questo che mi inquieta.

“Grazie mille Rin, è bellissimo e molto comodo!” rispondo, con sicurezza, mentre mi esibisco in una piroetta degna di un pattinatrice professionista.

“Bisogna attrezzarsi, Macalania è molto diversa da Bikanel, non è come la nostra isola, qui fa freddo, e quei vestiti che avevi non erano per niente adatti!”

Rin, non avevo bisogno che me lo dicessi tu.

“Già. A proposito, grazie per tutti i vestiti e i maglioni, davvero grazie!”

“Ma ti pare, principessa? È stato un piacere per me, spero che tu ti trovi bene qui, il posto non è molto frequentato, potresti annoiarti…” risponde lui, con un luminoso sorriso.

Rin, piantala.

“Va bene così, zio Rin, grazie per l’ospitalità!”

Ecco, Rin non è mio zio, ma lo chiamo così per affetto, perché mi ha sempre trattata da una figlia. Già, fin da quando ero bambina. Spesso papà non poteva prendersi cura di me, era impegnato con i lavori di organizzazione nella base e mio fratello -mio fratello era odioso anche allora, e non avevo molti amici. Un mix perfetto, soprattutto se si tratta di una bambina con poco più di cinque anni, fastidiosa, rompiscatole, dispettosa, assillante e rumorosa. E vendicativa, per giunta.

Nessuno sembrava essere abbastanza disperato da educarmi.

È stato zio Rin -per disperazione o qualcosa di simile- quando tornava dai suoi viaggi a darmi la compagnia di cui avevo bisogno. Mi raccontava di Spira, mi parlava di posti oltre la Base, del mondo intero, dei suoi viaggi, e mi faceva sognare.

Papà e Rin spesso litigavano, e io mi nascondevo. Ogni volta temevo di non poter rivedere mai più Rin, di non poter più ascoltare i suoi racconti, di non poter più immaginare quel posto proibito e meraviglioso che mi raccontava. Erano tutto per me, e non volevo perdere né mio padre, né Rin.

Ma c’era qualcosa che allora papà non voleva dirmi, e pure se me lo avesse detto, non lo avrei capito.

Io -e pure mio fratello, credo, non sono sicura- ero tutto per mio padre. E temeva che un giorno io sarei andata via dalla Base. Aveva già perso una sorella, qualche anno prima che io nascessi. Era scappata via per amore, per Braska. Lo trovo molto romantico. Ma allora non avrei potuto capirlo.

Adesso capisco.

Ma sono fuggita lo stesso.

Nessuno, nemmeno mio padre, può scegliere la mia strada.

La reception è rimasta la stessa. Il bancone semicircolare in fondo alla parete, l’armadietto con le chiavi delle stanze, la stufa a carbone che riscalda l’ambiente nell’angolo, illuminando la sua grata di acciaio di un rosso vivo, il fuoco zampillante che scoppiettava allegramente sui carboni ardenti.

Mi siedo sul tappeto, appena al centro della stanza, con una tazza di cioccolata nelle mani e un libro sulle ginocchia. Non c’è molto da fare qui a Macalania, ma è così dappertutto, nessuno posto su Spira è il posto in cui dovrei essere ora. Quindi va bene anche così.

Per passare il tempo, ci sono due cose da fare: lavorare e leggere.

Ovviamente ho cominciato subito, non sopporto l’ozio, mi porta alla noia. Qualche volta do una mano in cucina, pulisco la reception e alcune stanze della locanda, ma non c’è molto da fare, i clienti sono rari, ormai sono pochi quelli che -come me- si avventurano a Macalania.

Qual era l’altra opzione? Leggere?

Papà mi aveva insegnato quel po’ per non essere analfabeta: so leggere, scrivere e parlare in Albhed, e attraverso i miei viaggi e le numerose missioni oltre Bikanel ho imparato a parlare e comprendere “la lingua yevonita”.

Non avevo mai visto un libro prima d’ora. Nella Base non ne avevo mai visto uno. Ora che ci penso, a che proposito ci sarebbero dovuti stare? Non sono mai stati scritti libri in lingua Albhed: quale editore fuori di testa pubblicherebbe un libro scritto da un pagano? Quale Albhed vorrebbe fare lo scrittore?

Quando sono passata nella libreria di Rin e ho aperto il primo volume che mi è capitato sotto mano sono rimasta senza parole.

Cosa accidenti sono questi segni?

Ho cambiato libro, ma ho trovato gli stessi simboli incomprensibili.

Ignorante, non sai leggere. Non ti vergogni?

Perché mai dovrei vergognarmi? Perché un Albhed dovrebbe saper leggere, se la sua vita intera è votata alla costruzione di macchine e alla sopravvivenza, in qualunque posto si trovi?

Papà ha imparato la lingua yevonita per necessità, quando era ragazzo, ma anche adesso non è che sia un pozzo di scienza. Quando parlava con me e mio fratello di cultura assumeva una posa strana, un ciglio severo, e ci diceva:

“Che importanza ha sapere qualcosa di cui non ti puoi servire?”

Papà, sono belle le tue frasi sono belle. Perché sono tue.

Quando Cid parla, io so che non sta citando nessun autore, non sta parlando di un opera più o meno famosa. Papà non le conosce. Papà è ignorante. Ma ha un cuore grande. Non ha mai studiato retorica, non sa niente. Ma parla col cuore. Ed è bello ascoltarlo.

A volte.

Mi ha insegnato le leggi della fisica, della dinamica, mi ha fatto lunghissime lezioni di matematica e di meccanica, fino a quando non ha ritenuto che fossi abbastanza erudita. La mia istruzione è durata fino a qualche anno fa, avevo forse dieci, al massimo undici anni.

Lo so papà, ora mi odierai, perché ti avevo promesso che non me ne sarei mai andata e tu mi hai dato tutto quello che mi serviva per vivere su Bikanel.

Ma tu mi vuoi bene, e mi hai lasciata andare, perché la vita è troppo lunga se passata in prigionia.

Sono andata via, due volte. La prima volta per salvare il mondo, per renderlo migliore. Per salvarlo. Anche se non lo conoscevo.

La seconda volta per restarci.

Forse non per sempre.

Forse finché mi andrà di restarci.

Le pantofole di tela beige, dopo tutto il tempo che sono rimaste davanti alla stufa, sono diventate bollenti quasi quanto la cioccolata. Anzi, sarà meglio berla, prima che si raffreddi.

Prendo solo un sorso, tanto per assaggiare.

Forse l’avrei dovuta zuccherare.

È calda e amara, ma se pure alle mie labbra può sembrare sgradevole, dentro mi sento riscaldata. Il mio corpo si sente gratificato per questo meraviglioso calore che si diffonde dentro di me. Non c’è niente di meglio che sentire un dolce tepore in un freddo congelante. È soddisfacente.

Almeno per il mio corpo. La mia mente non ci trova niente di gratificante, e per lei tutto resta uguale e monotono. Persino l’eccitazione di essere lontana dalla mia famiglia, di aver preso un’altra strada.

Devo trovarmi un passatempo. E al più presto.

Metto la tazza colma a metà sul tappeto, incrocio le gambe e apro il mio libro. Lo avevo preso a caso dalla libreria. Visto che non so leggere, non ci dovrebbe essere differenza tra questo o un altro libro. Ma questo aveva una miniatura sulla copertina, il disegno di una casetta in un bosco, e due bambini sull’uscio della porta. Mi è sembrato grazioso, e l’ho preso, sperando che ci siano delle figure che posso guadare mentre fingo di leggere.

….

Sì, ci sono delle figure, delle stampe in bianco e nero, altre invece colorate e vivaci come dei dipinti. Sono enigmatiche ma allo stesso tempo molto affascinanti, e per lo più raffigurano graziose fanciulle e boschi fatati, luoghi d’incanto e cavalieri coraggiosi.

Un libro di fiabe.

Lo sfoglio con foga, girando le pagine con violenza, con gli occhi che schizzano da pagina a pagina, liberi dalla stretta tenace delle parole. Ma non serve ormai, la consapevolezza arriva in pochi istanti, e il mio cuore si riempie improvvisamente di gioia.

Un libro di fiabe? Un libro di fiabe!

Ho sentito dire in giro che i genitori raccontano delle storie ai figli per farli addormentare la sera. Per me è ancora un mito, una figura simbolica quella del genitore seduto sul letto del proprio bambino a raccontargli una favola. Forse perché a me non è mai successo. Mi chiedo perché. Magari perché di solito sono le mamme ad occuparsene.

E io la mamma non ce l’ho.

Per questo nessuno mi ha mai raccontato una fiaba per farmi addormentare, per questo non conosco nessuna ninnananna, o cose del genere. È normale. Papà non è tipo affettuoso in modo esplicito, e poi è una persona impegnata. Ma da piccola non lo capivo.

Ci sono tante cose che non capisco tutt’ora…

Sono cresciuta col desiderio di leggere un libro di fiabe, di poterne sfiorare le pagine, di riporlo nelle mani di una persona cara e di ascoltare, immaginando e riproducendo le parole una dietro l’altra nella mia testa, fino a dipingere nei miei pensieri ogni foglia del bosco, ogni piega del mantello del principe, ogni scintillio della corona della principessa.

Sono la ragazza più ricca di Spira.

Oggi la locanda è completamente disabitata. Non c’è nemmeno un cliente, non uno spiffero in giro. È tutto anche troppo silenzioso. La noia prende il passo nel silenzio, e si impossessa dei miei pensieri, dirigendoli al passato. Ancora non mi sono arresa al potere che i ricordi hanno su di me. Penso che non lo farò mai. Ho ancora abbastanza forza di volontà dentro di me. Quella non è mai mancata. Anche quando mancavano i mezzi, la forza fisica, o la speranza, la volontà ha sempre animato le mie intenzioni.

Ho voltato per un attimo lo sguardo verso la finestra: il vento sbatte la neve con violenza contro i vetri freddi come di ghiaccio.

La natura. Che potenza, che forza. Io, seduta sul morbido divano, nella stanza riscaldata, con la mia felpa azzurra sulle spalle, mi sento fortunata e superiore alla natura, quasi.

Poi, lascio il mio libro sul cuscino e spalanco le porte della locanda.

“Ma sei impazzita?!” mi urla sconvolta la cameriera che, seduta dietro al bancone, stava bevendo un caffè caldo. La cosa non mi sfiora minimamente e comincio a correre, come in preda alla follia. Corro nel pieno della tempesta, affondando le scarpette di tela nella neve, stringendomi nella mia giacca azzurra.

Rin è in mezzo alla neve, carino di buste e di merce. Lo raggiungo in quattro salti, cercando di non affondare nella neve, e gli prendo dalle spalle più della metà del suo carico e corro nella direzione opposta, con le buste nelle mani e sulle spalle.

Sono diventata più forte e resistente dopo il pellegrinaggio. Riesco a portare pesi sempre più massicci, anche se le mie spallucce da uccellino sembrano tutt’altro che forzute e posso correre più velocemente, tanto che tra un po’ mi assumeranno per fare le corse coi chocobo.

Apro le porte della locanda con un calcio ben assestato, scaraventando di lato la povera cameriera che cercava di chiuderle per il troppo gelo che stava invadendo la casa, e appoggio a terra, con non troppa delicatezza, le numerose buste di Rin.

“Padrone! Già di ritorno?” esclama sorpresa l’inserviente, prendendo in fretta il cappotto bagnato dalle spalle di Rin. Lui è felice e soddisfatto, deve aver fatto qualche affare importante, non si lamenta, anche se ha dovuto affrontare una tempesta di neve di quel calibro e con tutte quelle buste sulle spalle. Dopotutto, i trasporti si fermano all’imboccatura per Bevelle, non passano per il bosco.

“Rikku!” esclama lui, con tono alterato “Ma cosa ti è preso? Sei corsa in mezzo alla neve in vestaglia! Ma guardati, sei tutta bagnata! Ti prenderai una polmonite!”

Rin, io ho collaborato a sconfiggere Sin. Non so se te ne rendi conto. Queste cose sono bazzecole per me, ormai. Ne ho passate tante.

“Sto bene…” sbuffo io, grattandomi la testa.

“Vai subito a cambiarti signorinella, altrimenti niente regalo!”

Un regalo? Per me?

“Volo!”

Attraverso quasi fluttuando il lungo e stretto corridoio, facendo attenzione a non scivolare -la cameriera passa ogni tre giorni la cera sul pavimento, è più facile pattinare in corridoio che sul ghiaccio- e mi fermo davanti alla porta della mia camera.

Spingo la maniglia. Ecco la mia stanza.

Spaziosa, non c’è che dire, e sempre riscaldata. Il pavimento è bianco mentre i muri sono tinteggiati di un bel tono di azzurro. C’è un letto a due piazze su un lato, mentre sull’altro c’è un grosso armadio di legno blu, tipico degli alberi del bosco di Macalania. I miei nuovi vestiti sono in una cassettiera ai piedi del letto. Maglie e pantaloni sono stati stipati ordinatamente sui due lati della cassapanca, mentre l’intimo e le calze di lana sono divisi nei cassetti vicino al letto.

Mi tolgo prima il maglione azzurro, poi la maglia rossa e la canottiera. Sono tutta bagnata. Magari prima di andare a dormire dovrei fare un bagno.

Ci penserò dopo.

Intanto mi devo cambiare da capo a piedi, non c’è niente di quello che indosso che sia asciutto. Prendo dalla cassettiera una maglia grigia con una stampa colorata e un paio di pantaloni blu molto larghi. Lascio i panni bagnati sulla stufa, sperando di ricordarmi di toglierli prima che si brucino, e avvicino le scarpe alla fiamma il più possibile, per farle asciugare.

Corro di nuovo lungo il corridoio, il tessuto delle calze di lana non fa attrito sul pavimento, devo rallentare il passo.

“Ci hai messo poco, principessa…” mi dice Rin, affettuosamente, porgendomi un pacco dalla carta color pistacchio. L’incarto è quasi sofferente, il tentativo -inutile- di spiegazzare un foglio colorato intorno ad un pacco di robusto cartone, con un nastro dorato sul lato. Probabilmente è stato Rin a fare questo tentativo di confezionamento.

Ora ci penso io.

Non ricevo molto spesso dei regali. Per il compleanno, certo, papà mi faceva sempre dei pensierini deliziosi, ma erano regalini così, da consegnarsi mano nella mano, senza incarti, nastri, o pastrocchi vari. Era quello che desideravo, quello che avevo sospirato tanto a lungo, che si trattasse di una bambola o di una ruota tentata.

E anche se papà me li avesse consegnati in uno scatolo infiocchettato, io avrei sempre saputo cosa contesse, perché era quello che io desideravo per davvero. Ed era questo il problema. Erano dei regali previsti, per i quali il giorno prima facevo già spazio nella mia cameretta. Mai una sorpresa, mai qualcosa di inatteso, di imprevisto, mai un regalo che io non avessi già programmato. Di quelli, non ne ho ricevuti molti. Una volta, Gippal mi regalò una chiave inglese infiocchettata con un nastro rosso, tipo coccarda, pur sapendo che premevo con ansia per ricevere un cacciavite a stella. Mi infuriai tantissimo e credo di avergli lanciato la chiave inglese sulla nuca. Ce l’ho ancora con lui. Oh si certo, si è fatto carino, è diventato un gran bel ragazzo, e so che ama molto la compagnia femminile, ma non lo perdonerò mai per quello scherzo che probabilmente non ricorda nemmeno e, se pure un giorno se lo ricordasse, ne riderebbe soltanto.

Disgraziato.

Sciolgo il nastro, trattenendolo nella mano, e strappo il nastro adesivo con cura, per mantenere intatta la carta da regalo. Tiro con delicatezza la scatola dalla carta verde, ancora spiegazzata, martoriata dal nastro adesivo.

È un parallelepipedo di cartone di colore rosa chiaro, dal fronte spazioso e non molto grande in spessore. Sorrido, commossa. È bellissimo. È un pacco regalo proprio come lo avevo sempre immaginato. È come essere entrata un’altra volta in un sogno, e ho paura che tutto possa smaterializzarsi sotto le mie mani, come nei miei sogni più profondi. Le dita si stringono improvvisamente sul cartone rosa confetto, e mi sento emozionata, intenerita da questo gesto inaspettato e meraviglioso. I miei occhi si riempiono di un riflesso rosa pallido, come sangue scialbo, che mi imprigiona e mi trattiene le pupille.

Rin mi guarda con un sorriso.

“Dentro è anche meglio. Spero di aver preso la taglia giusta…”

Forse dovrei aprirlo. Ma io non mi muovo. Non ho la forza. Questa vista è troppo meravigliosa per essere reale, mi voglio accertare che questo non sia semplicemente un sogno come gli altri, pronto a lasciarmi al mio risveglio. E se non è un sogno, forse dovrei ringraziare qualcuno, forse dovrei saltare al collo di Rin e abbracciarlo, come succede nei romanzi più conosciuti. Ecco perché li odio tanto. Sono così inverosimili. Nessuno farebbe mai una cosa del genere. Almeno a me, non mi riesce

Rin mi guida le mani e apre al posto mio la scatola, mettendo il coperchio nella parte inferiore del pacco, perfettamente ad incastro. C’è una carta tra il bianco e il trasparente che copre il famigerato regalo.

Questa volta, sono io a spostarla di lato. Sfoglio le due pieghe leggere senza troppa cura. Ho tanta voglia di sorridere, adesso.

Ho preso una decisione. Qualunque strada io scelga, devo sempre sorridere. Qualunque via sulla quale il destino mi trascinerà, deve portarmi tante novità, tanti motivi nuovi per sorridere. Non un sorriso qualunque. Un sorriso vero, la felicità dello scartare un regalo inatteso, la scoperta di un posto nuovo, ma in modo particolare, la gioia di poter sempre inseguire i miei sogni.

Anche correndo in balia di una tempesta di neve in pigiama.

Un fine odore di fumo e di bruciato raggiunge lentamente la reception.

“Hai messo qualcosa sul fuoco? Cosa stai cucinando?” chiede Rin, confuso. La locandiera agita la testa, con gli occhi sgranati mentre fuggo velocemente in corridoio. Spero sinceramente che ci sia un ricambio nella cassapanca, perché i miei vestiti stanno andando a fuoco.

Capitolo II


Il mio nuovo pigiama, il famigerato regalo di Rin, mi sta alla perfezione. È così evidente che mi piacciono i pigiamoni caldi e sformati? A quanto pare sì, visto che ha praticamente centrato il mio genere. È morbido e caldo, in uno splendido tessuto azzurro cielo. Sul petto, giocano allegramente due chocobo, il primo pascola tra due ciuffi d’erba mentre l’altro gli tira la coda con il becco. Sono bellissimi. Soprattutto il secondo, ha due occhioni azzurri splendidi. Il suo becco è adunco, di un sano colore arancio.

Adoro i chocobo. Magari un giorno passerò per la Piana della Bonaccia, e mi metterò a rincorrerli. Perché no? Potrei lavorare con quel tipo che voleva fondare un allevamento di chocobo-

Mi volto verso la finestra: il tempo fuori è splendido. Un pallido sole fa brillare il ghiaccio sugli arbusti e sulle rocce, la neve sembra morbida, paffutella, come il riso fumante che giace nella mia ciotola.

Ne raccolgo un po’ nel cucchiaio e me lo porto alla bocca, mangiando senza impegno né voglia. Rin mi ha ripetuto più volte che bisogna fare sempre colazione quando fa così freddo. Dopotutto, mangiare qualcosa di caldo non è così spiacevole, poi il riso mi piace. Non sono mai stata molto scettica riguardo al cibo, perché a Bikanel non si mangia molto. Ci accontentiamo di qualche frutto dolciastro che cresce sulle teste dei cactus -evitando accuratamente di ingoiare le spine- o della carne di qualche animale. Così descritta la vita a Bikanel sembra una galera, ma probabilmente è anche peggio se ora penso a questa meraviglievole e noiosissima calma mentre mangiucchio riso.

Poso la ciotola vuota sul bancone in fondo alla stanza, pensando a come passerò il tempo -a come mi annoierò- oggi. Le possibilità non sono tante, mi devo accontentare, non ho intenzione di arrivare al delirio nemmeno questa volta.

Completamente immersa nei miei pensieri, riprendo il mio posto sul divano, e incrocio le gambe sul cuscino. Con la stessa cura di un cane che si ispeziona il pelo, studio attentamente le -doppie- punte dei miei capelli. Maledizione, sono diventati ancora più biondi, sembro una vecchia bambola di porcellana, di quelle che passano di generazione in generazione, con tutte le ferite che si riportano in seguito a qualche caduta o a qualche gioco pericoloso. La cosa non mi rallegra.

Cosa può fare un’adolescente bionda per diventare bruna?

Darei tutto quello che ho per una capigliatura color nero corvino. E magari anche qualche ricciolo. Peccato che gli Albhed siano tutti biondi, con gli stessi occhi verdi.

Pazienza se i miei capelli non sono come li voglio io, non ho il coraggio di tingerli e non credo lo farò. Non sono mai stata vanitosa, né mi interessa granché il mio aspetto. Se fossi una brava principessa accetterei le mie caratteristiche come una dote di tutti gli Albhed.

Ma per fortuna non sono una brava principessa.

Ho afferrato un maglione bianco col collo alto, e me lo sono infilato con violenza, un paio di jeans, i più caldi di cui disponevo, e mi sono infilata gli scarponi da neve.

Quando Rin mi vede sulla porta della locanda, mi blocca con un forte e perentorio “Dove vai?”

“Vado a giocare fuori!” gli rispondo, con tono deciso. Lui mi fissa per qualche istante, senza che un muscolo esprima i suoi pensieri, poi mi sorride.

“Va bene, ma non senza questi!” mi agguanta per il cappotto e mi stringe una sciarpa al collo e mi infila sui capelli un cappello di lana che mi cala fin su gli occhi.

Accidenti a te Rin.

Mi allento la sciarpa e tiro in su il berretto mentre esco di casa, richiudendomi la porta alle spalle. Fuori non c’è vento, ma si sente un freddo potente, che penetra dentro le maniche del mio cappottone, che passa attraverso le maglie della lana, attraverso i fili dei jeans. Infilo fino ai gomiti le mani guantate nelle tasche del cappotto per riuscire a proteggermi dal gelo.

Fa molto freddo quando sei sotto le coperte o vicino alla stufa. Ma non posso certo restare in status panda-in-letargo tutto il giorno.

Comincio a prendere qualche passo lungo il sentiero, affondando le scarpe nella neve. Sono un po’ delusa. Non c’è molto da vedere. Sono quasi tutti arbusti ghiacciati, rocce blu, e neve. Tanta, neve. Un deserto bianco. È strano come due cose completamente diverse si assomiglino tanto. Caldo asfissiante. Gelo polare. L’equilibrio dei contrari.

Mi sento quasi a casa.

Davanti a me c’è il lago. Anzi, c’era. Al suo posto resta un baratro profondo e schifosamente oscuro. Ciò mi riporta tanti ricordi alla mente, le dure battaglie, le tante corse a perdifiato. Il pellegrinaggio.

Mi inginocchio nella neve, guardando il baratro oscuro.

Qui ho combattuto contro mio fratello.

Certo, non era la prima volta che litigavamo, era successo altre volte di avere dei brevi combattimenti. Da piccoli, una volta, mi colpì con una saetta mentre ero in acqua -aspetta, non lo aveva fatto per salvarmi da un mostro marino?- e papà dovette intervenire, altrimenti sarei morta sul colpo.

Altro che mostro marino!

Però, nonostante i molteplici litigi e le risse -più o meno sanguinolente- io voglio bene a mio fratello. Ma quella volta ho temuto davvero di perderlo. Di perdere la mia famiglia, la mia vera famiglia. Ma l’ho messa in gioco per la salvezza di Yuna, una cugina mezzosangue che nemmeno conoscevo prima di allora.

Forse non l’ho fatto per Yuna. Dico, non solo quel combattimento, ma il pellegrinaggio intero. Forse l’ho fatto per me stessa. Perché non ne potevo più degli insulti, del disonore, dei sacrifici a Yevon. L’ho fatto per me, per il mio popolo, e per Spira.

La neve mi sta lentamente rendendo patetica, tra poco mi farò tagliare i capelli e mi vestirò di nero, tenterò di tagliarmi le vene e sarò una depressa-cronica-socialmente-malata. Non che normalmente io sia sana di mente. Diciamo che ora mi rendo conto di essere più malata del solito. In momenti del genere dovrebbero solo mettermi una camicia di forza per costringermi a guardare dei pupazzi o dei giocattoli. Nella mia situazione, un qualunque psicologo, anche il migliore, sarebbe inutile. Una persona così tenterebbe di dare senso ai miei ricordi, alle mie memorie, e questa è assolutamente l’ultima cosa di cui ho bisogno.

Devo smetterla di pensare.

Cervello, adesso ti offro la possibilità di andare in pensione. Vattene e trovati qualcuno che apprezzi le tue profonde riflessione. A una persona come me, ad un Albhed, non serve un cervello.

Devo trovare qualcosa con cui giocare. Ho corso, ho saltato, ho lanciato per aria la neve, ho insultato il mio cervello -ma non mi sono divertita per davvero. Cosa posso fare più?

Mi avvicino di nuovo alla locanda, e mi siedo appena sotto il davanzale della finestra affondando nella neve, per riflettere con più tranquillità. La risposta mi finisce letteralmente davanti al naso.

Appena di sopra, la locandiera sta stendendo i panni su delle grosse corde tese davanti alla finestra.

Cosa vedono i miei occhi? Uno splendido lenzuolo rosso?

Completamente bagnato. Non importa, ho i guanti, devo solo giocarci. Non ci vorrà molto, e se proprio insiste la cameriera, lo laverò io dopo. Non è un problema anche se non sopporto l’odore del sapone per il bucato, oppure detesto tutto il lavoro di sfregamento che mi consuma le dita. Voglio solo giocare, e ridere un po’, magari senza vedere nemmeno il lago.

Tolte le mollette di legno, tiro il lenzuolo nella neve: è pesante, il freddo lo ha reso incredibilmente rigido. Comincio a correre lungo il sentiero, tirandomi dietro il lungo stendardo rosso, lanciando un grido di libertà al vento gelido di Macalania. E comincio a ballare, non so quanto stupidamente, saltellando nella neve, con gli occhi chiusi, immaginando di essere in un posto diverso.

Dunque vediamo. Sicuramente al sole. In una piazza spaziosa. E ci sono io che ballo, facendo volteggiare un mantello broccato, come un’abile ballerina. Sento la musica, il chiacchiericcio della città, gli applausi, i bambini che girano in cerchio a formare un allegro girotondo di cui io sono il centro.

Spicco un balzo con magistrale abilità, e finisco in un cumulo di neve. Morbida, candida. Una ciotola di riso.

Il sogno è finito, e al posto della ballerina nella piazza c’è una ragazzina che saltellava sgraziatamente con un lenzuolo nelle mani.

Mi siedo, massaggiandomi la testa attraverso il berretto, e guardo la neve.

Ora so cosa fare.

Mi inginocchio cautamente e sagomo una forma molto approssimativa di una persona, un essere dal corpo rotondeggiante e robusto, davvero poco verosimile, ma preferisco concentrarmi soprattutto sul viso. Con un sassolino gli ho fatto un occhio, e ho tracciato con le dita il resto dei lineamenti: una riga dritta per la bocca, qualche ciuffo di capelli sulla fronte e il mento appena sull’orlo della palla di neve che avevo appena trasformato in un volto umano in maniera molto superficiale.

Copro il mio pupazzo di neve col lenzuolo. La mia creazione sembra così vera che tra poco si alzerà dalla neve e andrà alla Casa del Viante per ordinare un the verde, e magari prenotare una stanza, visto che non ci sono clienti a cui dare fastidio -ops, volevo dire, da servire-

Maledetto lenzuolo rosso.

Non si sfugge ai ricordi. Anche i momenti più insensati come questi possono restituirti il dolore di attimi di sofferenza. Tutto ruota intorno a questo strazio. Papà dice sempre che i miei occhi hanno visto troppo. E quelle immagini si ripetono all’infinito davanti a me. Qualunque cosa che mi circonda ha in sé un ricordo che sfiora le parti più segrete della mia sensibilità.

Auron.

Spero solo che la tua anima abbia trovato pace. Te lo meriti. Brutto vecchio bastardo. Eri l’unico che non mi avrebbe mai dovuto lasciare. L’unico che veramente faceva parte della squadra, quello che ci incitava alle battaglie, che ci sosteneva. Tu dovevi restare. Spira ha bisogno di te. Io ho bisogno di te. Ho ancora bisogno delle tue ramanzine, dei suoi sguardi Se-Non-La-Smetti-Ti-Trapasso-Con-La-Katana.

Maledizione. Ero io quella che meritava di morire alla fine della battaglia contro Sin.

Nessuno merita di morire.

Io ero l’elemento inutile, l’anello debole che più volte ha fatto rallentare il pellegrinaggio, che ha fermato la squadra nella Piana dei Lampi, che non ha portato altro che guai. Di buono avevo solo la forza di volontà, ma non basta solo quella per affrontare un pellegrinaggio, ora lo so.

Tu mi odi, lo capisco. E sappi che io ricambio completamente il tuo odio. Sei solo un vecchio brontolone che non rideva alle mie battute e alle mie cadute epiche, per le quali persino Lulu si concedeva un sorriso. Non facevi che rimproverarmi perché ero troppo sottile fisicamente e sembravo una bambina di cinque anni e mi rimproveravi sulla mia paura dei lampi, dicendo che ero più fastidiosa della tempesta.

Secondo me ti sei pentito subito di avermi permesso di entrare in squadra. Ti detesto. Però sei la migliore persona che io abbia mai visto.

Visto, non conosciuto. Io so solo sostanzialmente chi sei. E mi dispiace. Mi dà rabbia e frustrazione il fatto che non abbiamo mai potuto sederci -solo io e te- davanti ad un fuoco e parlare dei nostri problemi. Non mi sei mai sembrato una persona alla quale va tutto bene, ma in fondo nessuno nel gruppo lo era -Wakka in modo particolare-

Magari mi avresti parlato della tua vita passata, che quando avevi quindici anni come me eri un ragazzino rinsecchito come me, mi avresti detto perché eri un vecchio ubriacone e forse mi avresti persino confessato in gran confidenza, che eri morto, prima che lo capissi quando sei scomparso in un mare di lunioli luccicanti, giusto per risparmiarti inutili addii lacrimevoli.

Se me lo avessi detto prima, tutto sarebbe stato diverso. Non ci sarei rimasta così da schifo, senza parole. Non avrei fantasticato di torturarti fino alla morte -mia o tua, non fa differenza-

Se me lo avessi detto, io, senza alcun turbamento, ti avrei sicuramente chiesto: “Com’è sentirsi morti? Chi ti ha stecchito?” e mi avresti trapassata con la katana. E se non lo avessi fatto tu, l’avrei fatto io stessa. Lo trovo giusto.

Che stupida, stupida, stupida che sono! Un giorno dovrò imparare a tenere a freno la lingua.

Grazie per non avermi mai parlato. Sai troppo bene che io parlo a sproposito, ma solo perché non so tacere. Poi me ne pento. Perché vorrei essere un po’ più seria, più matura.

O perlomeno, zitta.

Sono felice che tu non mi abbia rivolto spesso la parola; magari, ovunque tu ti trovi adesso, se un giorno ti ricorderai di me, mi ricorderai meno chiassosa di quanto io sia in realtà.

No. Lui sa tutto. Conosce anche il mio caratteraccio.

Chissà se hai capito qualcosa di me. A volte mi chiedo se con quell’unico tuo maledetto occhio con il quale mi attraversavi l’anima tu non fossi stato l’unico a capirmi.

Non l’ho mai saputo.

Per questo ti odio. Ti sei tenuto tutto per te. Sia le critiche che gli elogi. E se non fossi già morto, penso ti avrei ucciso io con le mie stesse mani. Forse ti avrei rimproverato, avrei urlato. E dopo averti ucciso, avrei pianto, con tutta la mia forza, fino a stramazzare a terra senza forze.

Ti odio perché volevo solo diventare come te, volevo essere matura, seria, la guardiana perfetta. Così non avresti potuto dire più “umph” quando inciampavo o simili. Ma non so nemmeno se ammiravi te stesso, e quindi diventare come te non mi avrebbe portato alla gloria nei secoli.

Riderei sulla tua tomba, ma purtroppo non sei mai stato seppellito, sfigato, sei morto da solo come un cane (non che una morte lenta e naturale avrebbe comportato uno scenario diverso).

Eri solo un ammasso di lunioli, di te non restava che una promessa da mantenere e un’anima che non aveva trovato la strada per l’oltretomba.

Ora sei dove dovresti stare. Hai trovato il tuo posto.

Solo io mi sento ancora fuori posto.

Non so per quanto tempo sono rimasta nella neve. Sdraiarsi nel gelo ti da un senso di piacere, di calore, per quanto possa sembrare strano. Arrivi al punto che il freddo comincia a bruciare, come ghiaccio rovente sotto la pelle, come un gelo terribilmente caldo, torrido. Brezza calda il vento, afa il mio respiro.

Il ghiaccio si appoggia nelle mie guance, e d’improvviso fa più freddo. Ha ripreso a nevicare, e un turbinio di fiocchi di neve danza nel vento -qualcosa di inesprimibile né a parole né attraverso un disegno, ma solo con un suono- creando spirali giocose intorno agli arbusti e alle rocce stranamente di colore blu. Qui tutto sembra essere blu. Blu, azzurro, cobalto, tutti colori freddi. Non si sfugge al gelo, nemmeno con gli occhi.

Devo dire a Rin di dipingere una stanza di arancione. Immediatamente. Anzi, forse dovrei proprio tornare a casa. Rin non vuole che resti troppo tempo al freddo, ha paura che mi ammali o qualcosa del genere.

Mi sollevo, un po’ a fatica, puntellandomi con forza sulle mani e sui piedi. Credo che mi si sia addormentata una gamba. Non me la sento più, e pizzica.

Pizzica da morire. Non lo sopporto.

Pazienza. La locanda è praticamente qui vicino, magari saranno cinque o sei metri, che fretta c’è? Non mi prenderò una broncopolmonite se mi fermo un po’ qui a guardare la neve che cade.

Alzo gli occhi e guardo con ansia in alto: la neve cade in piccoli fiocchi ghiacciati, sembrano fiori di vetro, il vento li trasporta come innumerevoli pezzettini di carta.

E fluttuano. Volteggiano con eleganza, mille silenziose ballerine di cristallo, per poi posarsi con delicatezza su ogni cosa, scintillando nel pallido sole. E tutto sembra inestimabilmente prezioso, candide gemme che ingioiellano la terra.

Chiudo gli occhi e mi sfilo lentamente il berretto di lana dalla testa, lasciando che la neve si impigli nelle mie chiome bionde. Niente, niente riesce a gonfiarmi i capelli, né il cappello né il freddo. Sono maledettamente lisci, come se mia madre mi avesse cucito dei fili di cotone alla testa, come si fa con le bambole di pezza.

Papà dice sempre che ho i capelli di Bikanel, del colore della sabbia. Non mi pare un complimento, anche se a me piace il deserto.

Si, mi piace come ad un prigioniero piace la propria gabbia.

C’è una sfera di sicurezza che circonda Sanubia. Tra mostri e piante velenose, io so che lì sono al sicuro. In qualunque punto, da sola o in compagnia. Io so di non correre rischi.

Dunque in qualunque altro posto oltre Bikanel mi dovrei sentire in pericolo?

Esattamente.

Sospirando, mi volto malinconicamente verso il pupazzo di neve. È freddo, rigido, compatto, il vento agita il lenzuolo alle sue spalle. È il ritratto di Auron, anche senza il mantello rosso e l’occhio in meno. Da lontano potrei persino immaginare che sia lui.

…

Adesso sono gli occhi a pizzicarmi.

Se comincio a piangere adesso -ahahah, carina la battuta, eh?- mi si congeleranno le lacrime sugli occhi, e probabilmente perderò la vista. Il primo passo per diventare una vecchia e stupida brontolona come lui.

Ritorno lentamente sulla via di casa; il sole è ormai alto, e alcune nubi grigie si fanno pian piano spazio nel cielo azzurrino.

Mi incammino verso la locanda, senza più girarmi a guardare Auron. Ormai che senso avrebbe guardarlo di nuovo? È sempre lo stesso, e continuerà ad aspettarmi sotto quell’abete blu dai rami contorti.

Ed è quello lì il suo posto. E, saggiamente, non gli ho costruito delle gambe, perché sarebbe stato capace di scappar via. E non glielo lascerò fare un’altra volta. Non sono così stupida.

Forse.

Sia lodato quell’uomo meraviglioso che ha scritto i dizionari di yevonita. Se un giorno lo incontrassi, lo sposerei all’istante, o come minimo gli darei un bacio in bocca.

E stiamo parlando dei mio primo bacio!

Mi chiedo perché le ragazze abbiano un attaccamento morboso al pensiero del loro primo bacio, per me è una cosa abbastanza scema. E nel mio caso, impossibile. Ma non è che non ci abbia mai, mai, mai pensato. È capitato anche a me. Ed non è stata un’esperienza spiacevole, dopotutto.

Di certo non passo le giornate a rimuginarci sopra. Ormai ho accettato l’idea che sarà molto, molto, molto difficile per me conoscere un’esperienza del genere. A meno che non incontri l’autore dei dizionari di albhed-yevonita. Per questo, vale la pena perdere la giornata in pensieri mielosi e patetici.

Grazie ai suoi utili manuali di lingua -per mezzo dei quali Tidus aveva tentato di imparare la mia lingua- sto cominciando a imparare a leggere. Non è difficile, i segni grafici sono quasi gli stessi, forse solo un po’ più eleganti, mentre quelli in albhed sono stilizzati e graffiati. La finezza non è il nostro massimo.

Mi sono subito gettata nella lettura.

Rin ha una libreria molto fornita e, dato che non passa molto tempo nella locanda, penso che non sia così ignobile approfittarne, no? Quei vecchi libroni non li tocca mai nessuno, se li leggo io almeno non saranno mangiati dalla polvere, dalle tarme e qualunque-cosa-viva-nella-dimenticanza.

Mi sono sdraiata prona sul tappeto, con le gambe piegate, all’aria, il mento appoggiato al libro. Sono una brava lettrice, mi appassiono facilmente e mi lascio trasportare dalle parole della storia. Riesco a vedere tutto. Ogni grafema sulla carta diventa un’immagine.

Ma quando la storia mi piace davvero, comincio a leggere più lentamente, soffermo lo sguardo anche sui punti e sulle virgole.

Gli Albhed non curano la lettura; l’intonazione e i segni di interpunzione sono degli optional.

Ma mi sforzo di far sembrare anche loro dei fonemi, e cerco di leggerli, o quantomeno di dare l’idea al mio cervello della loro presenza nel testo.

È uno sforzo immane, visto che non ho mai letto. Ma il desiderio è più forte di ogni altra cosa. Supera anche queste marginali difficoltà. Ma presto riuscirò a leggere bene, me lo sento. Dopotutto, sono sempre stata un’autodidatta. Imparerò. Da sola, come sempre.

Sono sonnolente e sto per chiudere il mio libro di fiabe.

Raperonzolo.

È un titolo assolutamente banale. Deve essere il nome della splendida principessa di turno. Fantasioso, ci sono tipo un altro milione di storie che hanno come titolo il nome della protagonista, e spesso mi chiedo chi abbia lanciato questa tecnica così sfruttata.

Non è una tecnica, è solo mancanza di creatività, ecco il punto.

Leggo le prime righe del brano.

C’erano una volta, in un regno molto lontano, un re molto saggio e una regina capricciosa. Accanto alla loro reggia crescevano delle rape grandi e rigogliose-

Che storia noiosa. Credo che anche io, da brava analfabeta sognatrice quale sono, sarei riuscita a mettere insieme qualcosa di meglio.

Salto le righe, sono stanca e annoiata, ma non mi va di andare a letto, non ancora.

La strega malvagia, adirata per il furto commesso dal re, rapisce la piccola principessa nata da poco e la rinchiude in una torre altissima, destinandola ad una vita di solitudine e di isolamento, impedendole di vedere il mondo se non tramite una piccola finestra.

…

Dire che mi sono tuffata nella lettura, è terribilmente diminutivo. Anche se i miei occhi stanchi e appannati ormai si oppongono alla lettura e sento un tremendo mal di testa, ho intenzione di finire la storia prima di andare a dormire.

Ci sono riuscita? Non ci sono riuscita.

Ma ce l’avrei fatta se la cameriera non avesse afferrata per le spalle e, mentre spegneva la stufa a carbone nella reception, si avesse garbatamente intimato di andare a letto.

Quella notte, tutta la notte, credo di aver sognato. Credo, perché quando mi capita di sognare, due minuti dopo il mio risveglio il sogno svanisce, come se fosse allergico alla luce del sole.

Mi piacerebbe trattenere tutte le rare manifestazioni del mio inconscio, ma lui mi odia, e subito le riprende per sé. Forse è timido, perché io e il mio cervello non abbiamo legato molto. In quindici anni di convivenza non ci siamo parlati molto: io non gli ho chiesto mai aiuto e lui non è mai intervenuto nella mia vita, anche nei momenti in cui avevo più bisogno di lui.

Siamo entrambi molto ostinati.

Ma ogni tanto si mostra a me per meno di dieci ore, e mi racconta i suoi -i miei- problemi.

Quella sera ho -forse- sognato la Base.

Bellissima lei, scintillante nel caldo sole torrido di Bikanel, nel punto più bello e meravigliosamente arido di tutta Sanubia.

Ho sognato la punta più alta della Base. E una finestra che dominava su tutto lo splendido panorama fatto di dune dorate. E lì, una fanciulla dai capelli biondi, che aspettava, aspettava chissà che cosa, e viveva in un buco di aria rarefatta, nel caldo asfissiante del deserto, senza un vivente a farle compagnia.

Magari la fanciulla aspettava che i capelli le crescessero a dismisura, fino a quanto, calandoli dalla finestra, non avrebbero raggiunto terra. Solo allora il principe, saldamente aggrappato alle sue splendide chiome dorate, l’avrebbe portata in salvo dalla sua prigionia.

….

Ah, giusto per chiarire, è solo un caso che io abbia i capelli biondi come Raperonzolo. È un caso che sia stata isolata da uno stupido mondo che non mi voleva, perché mio padre non voleva perdermi. E la stessa casualità si è manifestata nel mio sogno.

Stupido cervello. Ti preferivo quanto stavi per i fatti tuoi.

L’idea di farmi crescere i capelli non ha mai nemmeno sfiorato i miei pensieri più lontani. È già abbastanza difficile -oltre che fastidioso - avere i capelli lunghi fino alle spalle, tant’è vero che la mia testa è sempre un trionfo di elastici e forcine. Mi danno così fastidio i capelli sciolti che quando vado a dormire mi faccio le trecce, pur di non sentire la loro fastidiosa presenza, tra il collo e il cuscino.

Credo che avere venti metri di capelli da spazzolare e da ordinare -impiegando come minimo un paio di ore, se non si finisce in un nodo di quelli forti - non sia proprio l’ideale, almeno nel mio caso.

Ah, e per intenderci; non trovo alcun legame tra Raperonzolo chiusa in una torre da una strega malvagia e me, confinata in un’isola da mio padre.

….Si, non c’è assolutamente alcun legame.

Capitolo III


“Non temere, sarà un viaggetto breve, devo solo dare un’occhiata a degli affari alla Piana della Bonaccia e poi farò ritorno a Macalania, il più presto possibile.”

Tornerò presto.

Mi hanno accolto queste parole, al mio risveglio. Rin è già partito da un pezzo, e mi ha lasciato un biglietto legato alla zampetta di un moguri di peluche, che mi aveva infilato sotto le coperte, al mio fianco. Un altro regalo inaspettato, bellissimo, che mi ha costretto a letto fino a quando non è stato giorno inoltrato. Ma tanto a chi poteva importare? Sono stata chiusa in una stanza al buio, senza finestre, senza rumore, senza vita, per un tempo indeterminato tra i cinque secondi e le due ore.

Nessuno mi ha chiamato, nessuno ha avvertito la mia assenza.

Sono rimasta seduta sul morbidissimo materasso di piume di chocobo, con il moguri sulle ginocchia e il biglietto stretto nelle mani, ad immaginare nella penombra la calligrafia irregolare di Rin, tipica di tutti gli Albhed, a sforzare gli occhi nel buio della mia stanza.

Sono rimasta a lungo in silenzio, nella più piena contemplazione di quel nulla ingombrante e assoluto, del vuoto intorno al mio letto, unica isola in un mare di silenzio, annegando nella noia, nella meditazione.

Poi ho sentito gli occhi pizzicare e non trattengo una bestemmia che si espande, libera e beata, nel silenzio tangibile della mia camera.

La locandiera è una persona assolutamente deliziosa. Rin mi ha lasciata da sola in questo meraviglioso buco ghiacciato apposta per farmela apprezzare.

Dopotutto, la solitudine ti porta ad apprezzare anche le persone che detesti, e ti aggrappi a cose che prima avresti rifiutato. L’abbandono porta a fare l’impossibile, cose che chi non ha mai provato tale sensazione non potrebbe mai comprendere. Non mi aspetto la comprensione di nessuno. È giusto. Perché io stessa per prima non capisco i problemi degli altri. Gli Albhed sono un po’ come naufraghi del mondo, si aggrappano a qualunque cosa, pur di restare a galla e di non affondare nei ricordi, nella disperazione.

I ricordi sono solo ricordi. E basta. Non possono più ferirmi. Non vivo nei ricordi, né per essi.

Sono un monito, eppure sono parte di me.

Rifletto su queste verità da sociopatica davanti ad una tazza di latte con tutta probabilità avvelenato; non mi fido di quello che mi prepara la cameriera, ho come l’impressione che mi voglia togliere di mezzo, mi voglia distruggere. Forse perché sono un po’ vivace. Ma in fondo sono un’anima pacata.

Pacata come un barile di behemut.

Mi infilo un biscottino in bocca, deliziandomi col suo sapore dolce e la sua fragranza. Buonissimo. Di questo passo mangerò solo biscotti. Sì, e comincerò a prendere peso e allora potrò dire di sembrare una persona normale, con normali problemi di linea e con un peso non sotto la media.

Mentre la locandiera è di spalle, verso la mia tazza di latte nel vaso della pianta quasi morta sul bancone, ed ecco, ho finito di fare colazione.

“Già finito?”

Sì, ti aspettavi che cadessi a terra contorcendomi dal dolore? Non ho preso il tuo stupido latte avvelenato. Non sono così stupida. Non mi lascio ingannare così facilmente; dopo tutto quello che ho passato non voglio morire per mano di una cameriera folle.

“Penso che andrò a fare una passeggiata, oggi c’è sereno”

Ovviamente per sereno intendo che fuori non sta sfuriando una tempesta di neve, grandine o che altro. C’è un sole giallognolo nel cielo livido e plumbeo di Macalania. Si specchia nella finestra della reception, ma i suoi deboli raggi quasi non riescono a trapassare il vetro opaco dalla neve, e la stanza resta in un’eccitante penombra.

La locandiera prende la tazza e la scatola di biscotti per riportarli in cucina, mentre io mi dirigo nella mia stanza per vestirmi. I miei calzettoni sul pavimento emettono un rumore felpato, un struscio appena, e non supera il rumore della teiera che fischia.

Mi fermo un attimo, tanto per vedere il mio riflesso nella specchiera nel corridoio: a Bikanel non ci sono specchi. Sì, perché noi Albhed pensiamo che siano cattivi. Una leggenda racconta che dentro ogni metallo riflettente ci viva un mostro che, se resti troppo a lungo davanti allo specchio, ti cattura e ti trascina via. Sono credenze che circolavano allora, storie che tutti temevano e che raccontavano a bassa voce, storie a cui nessuno crede, ma mai ho visto uomo o donna che si ostentasse a possedere uno specchio ed usarlo.

E anche io, pur essendo restia a credere alle antiche leggende del mio popolo, mi guardo dal fissarmi per più di qualche secondo. I mostri dell’infanzia tornano. Tornano sempre.

Lo farò con parsimonia, non più di sessanta secondi. Nessuno lo saprà.

E in quello specchio spudoratamente pulito, per pochi istanti mi fissa una figura sottile, il viso paffuto un po’ da bimba, con due trecce bionde che arrivano appena sulle spalle, non oltre.

Nessuno principe si potrebbe aggrappare a queste trecce. Inutile pensarci. Resterò per sempre nella torre, nessuno verrà mai a salvarmi.

Un timido bussare frettoloso mi spinge dal divano verso la porta. Apro faticosamente il grosso portone di legno e i cardini cigolano pesantemente, irrigiditi dal gelo.

Compare un ragazzo. Alto, robusto, bruno. Vestito da miliziano. Lo guardo con occhi sgranati, non credevo di vedere un’effige così viva e pulsante della guerra da queste parti, che il tempo sembrava aver allontanato dalle risse e dal dolore. Persino da Sin.

“Venite entrate” mormoro, stringendomi nel maglione per il gran freddo. Il ragazzo non parla, non sorride, non si esprime. Si muove a piccoli passi, lenti e silenziosi, e si siede su una sedia sgangherata davanti alla stufa, a massaggiarsi le mani davanti alla brace. Mi avvicino, con le braccia lungo i fianchi da bambina, e gli chiedo se prende qualcosa.

“Solo un the. Caldo”

Brutta idea amico, brutta idea.

Ritorno con una tazza di the per il cliente e un piatto di dolci glassati per me. Ho voglia di metter su qualche chilo, anche se col freddo si bruciano più calorie.

Così sembrerebbe. Se è vero invito Wakka a farsi un week end nel gelo assoluto di Macalania. A sue spese, ovvio.

Continuo a fissare il miliziano, e poi glielo chiedo.

“Che ci fanno i miliziani qui? Non dovreste essere tutti a Bevelle?”

Stupida Rikku, stupida Rikku.

Il ragazzo guarda malinconicamente il liquido screziato di un maleodorante color verdastro.

“Ho lasciato la Milizia dopo l’operazione Mihen”

Già. L’operazione Mihen. Che catastrofe. Tutti i miei amici che ho salutato sulle rive di Bikanel che ridevano come se stessero andando ad una partita di bliztball. Così sorridenti non se ne vedono tra gli Albhed in tempi di guerra. Erano forti, erano speranzosi.

Ho visto la loro nave allontanarsi dal caldo mare della nostra isola e scomparire nell’oceano.

Sono morti tutti.

Gli tendo la mano, con un magnanimo scatto di altruismo. “Rikku”

Lui mi fissa per qualche istante, poi me la stringe con riconoscenza “Gatta, piacere”

“Sei uno dei sopravvissuti?”

“Uno dei pochi. In verità non ero sul campo di battaglia. Ero nella retroguardia. A controllare il passaggio”

Sembra molto pensieroso. Fissa con gli occhi vuoti il fuoco scoppiettante, rilucente nella stufa di metallo.

Sgranocchio un dolcetto, passandomi lungo il palato la glassa, dolce e saporita.

“Volevo combattere in prima linea, al fianco del mio migliore amico. Povero Luzzu, non meritava quella fine indegna, spero che abbia trovato la pace nell’Oltremondo”

“Adesso il sogno di tutti loro si è avverato” mormoro io, sovrappensiero. Lui annuisce, prendendo un sorso di the.

“Tu c’eri?” mi chiede Gatta, ansioso. Io scuoto la testa. Avrei voluto tanto seguire i miei amici a Doje ma mio padre me lo impedì categoricamente. Chissà perché, probabilmente sentiva che le manovre di tutti i miliziani non sarebbero bastate.

“Io mi sono salvato solo per fortuna. Volevo raggiungere gli altri in combattimento, ma prima che arrivasse Sin mi dissero che se volevo essere un degno soldato avrei dovuto adempiere prima agli ordini che mi erano stati dati…”

Strabuzzo gli occhi per la sorpresa. Qualcuno avrebbe dovuto dirlo anche a me, visto che spesso non sono un soldatino così obbediente. Caspitacchio, perché non ne sapevo niente? Esiste una verità ineccepibile per tutti i soldati un po’ ribelli e io non ne sapevo nulla?

“E chi te lo ha detto questo?”

Lui sorride, emozionato. “Non mi crederai se te lo dico. E’ stato sir Auron in persona!”

Tsk. Auron. Probabilmente nemmeno sapeva cosa si provava a ribellarsi agli ordini ricevuti. Sono sicura che nella sua vita abbia solo preso ordini: dalla famiglia, sotto le armi, da Yevon. Da sé stesso.

Che senso del dovere ammirabile! Che carattere noioso!

Gatta deve aver notato la mia espressione contrariata -come non notarla?- perché mi apostrofa con un intollerabile “Lo conoscevi?”

“Ho sentito parlare di lui”

Gli Albhed mentono. Io sono Albhed. Io mento. Buon sangue non mente. Notato il gioco di parole?

“Chissà che fine ha fatto!” si chiede, prendendo con ammirabile coraggio un altro sorso di the. Antenati, ora sorreggetemi, mi sta salendo il vomito. “Nessuno lo ha più visto dopo la sconfitta di Sin” sorride tra sé e sé e io lo odio, lo odio, lo odio. “Scommetto che lo rivedremo presto, come dieci anni fa. Tutti lo davano per scomparso, morto addirittura, invece è tornato”

Su questo non si discute. Compariva dal nulla il maledetto non trapassato.

Mi alzo, prendo dal mobile una bottiglia di liquore e due bicchieri. Non ho idea di che liquore si tratti, non so nemmeno se è buono o meno. Il bicchiere si riempie di un liquido dal profumo intrigante, di un colore vicino al verde smeraldo.

Sorrido, tendendogli uno dei bicchieri.

“Propongo un brindisi. Agli amici caduti. Offro io”

Gatta prende il bicchiere con gratitudine, e li solleviamo in aria, facendoli scontrare piano.

Questo brindisi non è per te, disgraziato.

Qualche ora dopo sono arrivati altri due clienti. Giornata di punta per la casa del viante, oggi! Si tratta di due ragazze, forse più grandi di me, due ventenni credo. Una è un’ex invocatrice, e al suo seguito ha una serva, si dirigono a Bevelle.

Appena arrivo alla reception, la locandiera mi mette un vassoio nelle mani e mi spinge verso il bancone, dove sono sedute le due ragazze. Senza dire una parola, appoggio il vassoio sul tavolo e porgo loro le due tazze di the fumante, lo stesso the per cui la teiera prima stava per esplodere.

Le guardo: l’invocatrice ha lunghi capelli rossi e due occhi verdi splendidi, grandi e luminosi. La pelle bianca come il latte, senza nemmeno un punto o un graffio. Sembra disegnata con un pennello, quasi non sembra vera. Il kimono azzurro le sta d’incanto, sembra una principessa. Anche se probabilmente Auron non avrebbe mai apprezzato un’invocatrice così sofisticata, si tratta comunque di una persona che avrebbe dato la propria vita per il mondo.

Ma a chi importa il parere di Auron adesso? A me no di certo!

Un brivido mi percorre la schiena. Abbiamo messo fine a questa storia, per fortuna.

La serva è una ragazza più o meno della mia età, coi capelli biondi raccolti in una crocchia dietro la testa, e le vesti umili. Ha lo sguardo basso, e le mani rovinate e scorticate. Guarda con ansia la sua tazza di the, lasciando vagare i suoi pensieri nel vapore di erbe e foglie varie. Il the albhed non è molto raffinato anzi, è quanto di più schifoso esista su Spira, sa di medicina e di vecchie erbe bollite e, infatti, lo bevo solo quelle rare e disgraziate volte in cui mi ammalo.

Penso che la giovane ex invocatrice ce l’abbia con me. Mi guarda con sguardo torvo, piena di superbia. C’è qualcosa che la disturba, del mio essere, oppure della mia stessa presenza. Improvvisamente non sono degna di sedere al suo tavolo. Sono una formica, sono invisibile.

No, peggio, sono un’Albhed.

La ragazza mi guarda negli occhi, e basta quello sguardo superbo di sfuggita per scoprire la mia identità, il mio segreto. È frustrante come una persona possa odiarti dal momento in cui ti ha guardato negli occhi. Come se gli occhi potessero dire quello che hai dentro, quello che porti nel cuore.

Maledetto sia colui che ha detto che “gli occhi sono lo specchio dell’anima”. Gli occhi non sono lo specchio di niente, non dicono nulla su di me, hanno unicamente una funzione visiva. E per alcuni, una funzione anche estetica.

I miei occhi mi condanneranno sempre, perché quelli che li guardano pensano che in quelle spirali sia nascosto il mio cuore. E nessuno metterebbe qualcosa di così prezioso alla portata di tutti.

Le due ragazze parlano fittamente tra di loro, nella loro lingua, in un continuo cinguettio, e io le ascolto, fingendo di non capire quello che si stanno dicendo, guardando con poco interesse una tazza di the vuota. L’invocatrice si sta lamentando per essersi fermata in una locanda Albhed e io trattengo ogni mia patetica convinzione sulla morale, canticchiando mentalmente.

“Ma signora-“

“Non c’era proprio niente di meglio?”

“Signora, è Rin che controlla le case del viante, non ci sono altre locande su Spira-“

“Ci hai fatte rallentare! Se avessimo continuato, a quest’ora non saremo qui!”

Esplodo. Non posso trattenermi oltre.

“Non vedo dove sia il problema!” irrompo io, con aria sicura di me. La giovane invocatrice -aristocratica dovrei dire, i veri invocatori non sono così- spalanca gli occhi e mi fissa con aria sbalordita. Non si aspettava che io conoscessi la sua lingua, e godo nel mio profondo delle mie poche ma ben radicate conoscenze di lingua. Godo del suo sbalordimento, della sua meraviglia.

Con un gran moto di superbia, la giovane volta la testa e lascia la tazza di the piena a metà sul bancone, decisa ad andare via con a sua serva.

“Prova a guardarmi per un istante, se ne hai il coraggio!”

Lei si gira verso di me, guardandomi con sufficienza, e io mi sollevo i capelli, prima sciolti, in una coda. Lei mi guarda spalancando i suoi grandi occhi color natura.

Mi hai riconosciuta?

“Ma tu sei-“

“Sì, sono la guardiana di Lady Yuna.”

Ho dovuto fare uno sforzo immane per chiamarla Yuna. Mi fa male alla gola pronunciarlo. Sarà per dialetto o abitudine? Non lo so, il risultato è questo. Un misto di affetto e di accento. Di amore e di abitudine.

L’unione di due cose diversissime, perché, se so qualcosa dell’amore, è che non è dettato dall’abitudine. E’ libero, è un’istituzione fuori dal tempo e dallo spazio, supera confini infiniti e raggiunge luoghi lontani, è quel potere che trattiene le lancette dell’orologio e le fa andare più lentamente. È imprevedibile, non ti puoi abituare all’amore.

Quindi, una ragazza vissuta fuori dal mondo, dove ogni giorno è uguale a quello di prima, ha forse vissuto una vita senz’amore?

La locandiera -sia lodata la locandiera- ha subito bloccato la discussione sul nascere, e la cosa mi ha fatto enormemente piacere, visto che non ho granché voglia di fare discussioni, né la forza di rispondere o di riflettere. Mi ha messo i bagagli delle due ragazze nelle mani e mi ha indicato la stanza in cui avrebbero alloggiato, pur di allontanarmi dal campo di battaglia, un po’ come era solito fare Auron quando non mi voleva tra i piedi.

Sì, è esattamente lo stesso modo. E ciò mi ha fatto sorridere. Solo un po’. Io odio quell’uomo.

Sono nervosa e fremo per la rabbia, nascondendo il viso nei capelli, sperando vivamente che quelle scialbe ciocche bionde mi finiscano negli occhi, almeno così non potrò più vedere lo sguardo di una persona che mi riconosce, mi condanna, solo per la mia razza.

Con tali pensieri da -si, lo ammetto- depressa, apro la porta di legno azzurro con un calcio ben assestato, e butto in malo modo i bagagli sul pavimento provocando un tonfo sordo, che rimbomba solo nella stanza. Dalla borsa più grande e pesante cadono alcuni indumenti e io, fumando di rabbia, mi limito ad arrotolarli disordinatamente nella valigia.

Poi lo vedo.

È un kimono azzurro. Lungo, sottile, di una stoffa forse un tempo pregiata, ora abbastanza logora, come un bellissimo vestito da sposa rimasto a marcire in un armadio, sommerso dalla polvere e mangiato dagli acari. Non sembra nemmeno tanto preziosa, a pensarci bene.

Forse è per questo motivo che, dopo aver rimesso tutto quel che era caduto al proprio posto nella borsa della ragazza, ho avvolto la veste sotto il maglione e sono tornata di corsa alla mia stanza, per chiudermi silenziosamente, ma con violenza, la porta alle spalle.

Mi sono seduta per terra, con la schiena contro la porta di legno, le mani rigide e tremanti sul pavimento gelido, il kimono trafugato sotto il maglione di lana a fasce bianche e blu.

Non piango, so che sarebbe inutile. Trattengo un urlo di frustrazione e un grido di soddisfazione, sono così contrastanti questi sentimenti che si sfiorano, si toccano e si uniscono, mi solleticano il diaframma e tutto diventa un bruciore insopportabile, un peso intollerabile, un dolore insostenibile. E come ogni dolore non fisico, si espande in ogni punto del mio corpo, dentro e fuori, appoggiandosi di peso sulla pelle e infilandosi viscidamente appena sotto. Ovunque.

La consapevolezza. Il pensiero che la refurtiva era lì, sulla pelle nuda, e bruciava come una lingua di fuoco, pizzicava da morire e pungeva come un Kyactus inferocito.

Penso che tutto cominciò da un biscotto, o da una mela, come nelle favole. Come tutti i bambini, un po’ per ingordigia, un po’ per necessità, rubacchiavo con costanza dei dolcetti da una scatola che papà aveva messo nel mobile più alto della sua stanza. Ne prendevo uno ogni settimana e ne mangiavo un pezzetto ogni giorno, in modo che durasse una settimana, quando ne avrei rubato un altro.

Dopo i biscotti, cominciai con la frutta, con un chicco d’uva, poi due, tre, fino a rubare porzioni sempre più grandi. In breve, credo, diventai una ladra esperta, all’età di cinque anni, quando i bambini dovrebbero solo giocare o sognare.

Poi l’abilità si trasformò in abitudine e fu in quel momento che tutto cambiò. Non rubavo più per fame, o per necessità. Rubavo per il piacere di farlo, perché se trovavo una cosa, non serviva chiedere se potevo averla, ma bastava invece allungare il braccio e ficcarmela in tasca, facendo finta di niente.

L’ho fatto. E l’ho rifatto. Tante volte. E ogni volta mi sono promessa di non rifarlo mai più. C’è qualcosa di vuoto e di frustrante quando si cade con costanza nello stesso errore e promettersi ogni volta di resistere, di non farlo più. E intanto la consapevolezza dell’inutilità di quelle promesse si impossessa di te, ti sbatte, perché ormai sei diventato suo schiavo.

Prima di andarsene, qualche ora più tardi, la giovane aristocratica dai capelli meravigliosi mi saluta con un inchino e con un sorriso di cortesia, di quelli che si rivolgono alle persone importanti e, seguita dalla sua serva, ritorna sulla strada per Bevelle. Mi raccomanda di salutare Lady Yuna per lei e mi augura tanta felicità e fortuna.

Mille grazie, ma non mi serve. Qui, scoppio di felicità.

Ho rimandato per il freddo la mia piccola esplorazione nei dintorni che avevo programmato questa mattina; la temperatura sta calando terribilmente e preferisco riprendere il mio libro di fiabe e sdraiarmi a leggere sul tappeto davanti alla stufa. Sono sicura che non ci sia a Macalania cosa di ugual piacere.

Ho preso anche qualche foglio e delle matite colorate trovate qua e là.

Il disegno mi ha sempre affascinata, anche se le mie opere possono considerarsi peggiori dei disegni di un bambino che ha appena imparato a tenere in mano la matita.

Sto provando a copiare una miniatura di Raperonzolo dal mio libro di fiabe quando tutto cambia e una tazza odorosa di gelsomino si posa accanto a me, sul tappeto. Alzo gli occhi e incontro lo sguardo benevolo della locandiera, che sorride dolcemente.

Penso di non averla mia vista prima d’ora, è come incontrare un amico di vecchia data dopo anni e anni. e fa uno strano effetto, visto che non la conosco affatto. Ha dei bei capelli biondi, avvolti in lunghi boccoli, fermati dietro la testa con un fermaglio. Indossa una lunga gonna azzurra e uno scialle di lana sulle spalle. Sembra una principessa. Aggraziata ma non superba, amabile e non tracotante.

“Così è vero che sei la guardiana di Lady Yuna. Quando ti ho visto la prima volta non ci ho creduto, pensavo che il padrone mi stesse prendendo in giro. È incredibile-”

Già, è incredibile che una bambina abbia accompagnato un’invocatrice e abbia lottato contro Yevon.

Sinceramente, non credo di aver fatto molto. Certo, per la mia età ho fatto tanto, anche troppo, ma io non sono stata una brava guardiana. Penso di aver fatto tutto quel che era nelle mie possibilità, e nonostante tutto è stato sempre troppo poco. Questa consapevolezza mi rode dall’interno.

“Cosa ti ha spinto a diventare guardiana?”

Per la prima volta non so cosa rispondere. Ci ho pensato tanto, e la risposta dovrebbe essere più che ovvia. Allora perché non lo è?

“I motivi sono tanti. Yuna è mia cugina, e non potevo permettere che morisse, non potevo continuare a vedere quei sacrifici senza reagire. D’altro canto, speravo che il mio ruolo di guardiana servisse anche a riscattare l’onore di tutti gli Albhed e diventare liberi-”

“Per questo ti sei arrabbiata con quella cliente oggi?”

Io la fisso, senza esprimermi.

“Naa” rispondo io, con superficialità “Non mi sono arrabbiata, c’è di peggio”

Lei sorride; il viso pallido, i lunghi boccoli biondi dietro la schiena.

“Dimmi una cosa: come ti chiami?” le chiedo io. Ecco, questa era una cosa che prima non mi interessava minimamente, ma adesso che sono sola -in sua compagnia- mi sembra normale sapere il suo nome. Ora sono subentrati dei bisogni che prima ignoravo completamente.

Lei sorride ancora, radiosa. Non è più la mia aguzzina, la mia carceriera, sembra un’altra donna, come se il lavoro le avesse donato un’altra faccia.

“Miriam” proferisce.

Sorrido. È un nome tipicamente Albhed. Significa “goccia d’acqua”. Ricordo che molte mamma mettevano questo nome alle figlie nei periodi di siccità. Abbastanza stupido se l’intento delle madri era quello di far venire la pioggia.

Il mio nome lo scelse a suo tempo mia nonna, quando mi prese dalle braccia morenti di mia madre, che era spirata senza conoscere il mio nome, conoscendomi unicamente come la-creatura-che-le-ha-tolto-la-vita. E poi mi chiamano fortunata. Sì, Rikku significa proprio questo.

“Da quanto tempo lavori per Rin?”

“Da un po’, forse un paio di mesi, anche meno. Lo faccio per vivere, non saprei dove andare altrimenti. Purtroppo Sin mi ha ucciso i genitori e sono rimasta allo sbando. Vivevo a Kilika, in una capanna lungo riva del mare. Quel giorno non ero al villaggio. Sin arrivò dal mare e distrusse tutto, non risparmiò niente. La mia casa era stata rasa al suolo, se l’era portata via il mare, e della mia famiglia non era rimasto nulla”

La sua voce si è incrinata e i suoi occhi sono umidi, ma non piange, come se ormai abbia fatto abitudine a quel dolore, a quel pensiero. Sì, il dolore almeno ci permette di abituarci, in modo da soffrire di meno quando avremmo scontato la nostra pena.

“Sono partita da Kilika. Mi sono imbarcata sul primo naviglio che ho trovato e sono andata via. Intendevo cercare un lavoro, oppure una comunità Albhed che potesse accogliermi. Poi un giorno mi sono fermata in una locanda sulla via Mihen e mi sono innamorata di un ragazzo, il mio fidanzato. E sono rimasta lì.”

“Cosa ti ha portato a Macalania?”

Sì, lo so, sono un’incredibile ficcanaso. Ma, visto che sto tenendo una conversazione seria e toccante con una persona che detesto, mi sento stranamente in dovere di approfittare il più a lungo possibile di questo suo improvviso momento di loquace magnanimità.

“Rin mi ha offerto un posto di lavoro perché gli mancava personale qui a Macalania. E, dato che io e il mio fidanzato stiamo organizzando il nostro matrimonio, mi servono soldi. Rin mi paga bene e mi dà un posto dove dormire”

Già. Sai Rin, non ti facevo così generoso.

Cala il silenzio. Non c’è più niente da dire e l’incanto di loquace magnanimità è svanito. È come se avessimo aperto una parentesi sul nostro passato, sul mio e sul suo, e che questa parentesi si sia appena chiusa. Non mi facevo così noiosa e silenziosa. Basterebbe una parola, qualsiasi parola, per spezzare questo silenzio. Ne basterebbe una.

Ma non esistono altre parole che potremmo dirci.

Mi alzo, in religioso silenzio, dal tappeto, stringendo il libro di fiabe al petto, mentre Miriam resta seduta sul pavimento, con lo sguardo perso. Ma non sta guardando me, sta guardando i suoi ricordi. Credo di sapere cosa si prova, quando regali un attimo del tuo presente per guardarti scorrere tutta la vita davanti, ricordi belli o brutti che siano, sono la nostra vita.

Non sono un esempio di albhedezza, lo ammetto.

Mi limito ad augurarle la buonanotte e sparisco in corridoio, godendo il più possibile del ciabattare delle mie scarpe di tela sul pavimento. Questo suono fastidioso è diventato quasi una melodia dolcissima per le mie orecchie, quando di sera nemmeno il vento ha il coraggio di ululare nell’aria notturna.

Ora ne sono convinta.

Il mio apparato acustico non è compatibile con il silenzio.

Capitolo IV


La lunga sciarpa gialla mi stringe il collo in modo insopportabile, mi sta quasi strangolando, e per colpa del berretto mi finiscono i capelli negli occhi, e sono costretta ad arrancare del vento ed ad incespicare nella neve: in tutto questo tempo trascorso nel ghiaccio, nel gelo, credo di non essermi ancora abituata agli indumenti invernali. Però almeno, mi tengono al caldo. Questo basta. Per una volta che sono uscita di casa senza mettere la sciarpa ho passato tre giorni col mal di gola a prendere quantità interminabili di quel the obbrobrioso che prepara la locandiera.

Preferisco morire di asfissia piuttosto che bere di nuovo quel the torbido dal colore malato.

Miriam chiude le porte della locanda con decisione, sbarrando con forza la porta dall’esterno, usando una lunga asta di legno azzurro. Fuori, la nebbia avvolge ogni cosa e la neve cade a piccoli fiocchi.

Si volta verso di me, scostandosi un ciuffo di capelli biondi dalla fronte, e mi sorride. “Muoviamoci!”

Abbiamo fatto un breve tragitto a piedi, attraversando il bosco nebbioso, tra rami e arbusti dalle foglie così lucide, quasi congelate. Alla fine della traversata Bevelle ci accoglie con il suo solito brulicare di vita, il suo parlottare di donne, i soldati di guardia alle porte della città che scambiano chiacchiere coi passanti. Ormai quasi ovunque è cos ì da quando Sin è stato sconfitto. Ora Bevelle, un tempo centro della cultura di Yevon, è stata ricostruita in gran fretta e la gente ha cominciato a vivere. Per la prima volta per davvero.

Questa visione mi scalda il cuore, fin dal primo istante. Come se la neve di Macalania mi avesse un po’ congelato l’anima. E adesso il mio cuore, da qualche parte dentro di me, sorride, e non so perché penso a Tidus e ad Auron.

Chissà se Zanarkand non fosse stata un po’ così! Forse con più palazzi, più alti, più illuminati, ma le stesse strade piene di vita, piene di voci. Piene di sogni. Credo, senza esagerare, che non esista niente di più bello, che sia di pari splendore.

E se pure esiste, allora non lo conosco.

Ce l’abbiamo fatta! Ce l’abbiamo fatta!, grido dentro di me, ma le mie urla di gioia non riescono ad andare oltre il mio sorriso estasiato. C’è qualcos’altro, oltre la felicità. E fa ostacolo, come un blocco, lungo la gola silenziosa.

Vorrei che tu fossi qui per vederla. Per vedere quello che tu, Braska e Jetch sognavate. È bellissima Auron. Più bella che nei sogni. Spira è meravigliosa, come la volevi tu.

Non so cos’è. È un sentimento che va oltre l’amore, oltre il dolore, oltre la felicità. Qualcosa sopra tutto. E più ci penso, più sento che si dissolve, più immagino il mondo che perde i suoi contorni. È uno spazio etereo come il cielo, vuoto, leggero.

Ed è stupido, eppure sto sorridendo ancora, mentre affondo il naso arrossato nella sciarpa.

Poi ci ripenso. Mi dico “ce l’hanno fatta” e la mia esistenza continua a non avere senso.

Miriam mi fa cenno di seguirla e ubbidisco -strano eh?- trotterellando al suo seguito e lanciando sguardi in ogni direzione, a cogliere ogni anche più insignificante particolare. Oggi, sorrisi gratis. Fatevi avanti se avete voglia di farvi sorridere da una splendida ragazza Albhed umile e indifesa.

È solo per oggi, ma alla prossima volta che succederà vi salterò in braccio. Affrettatevi, la giornata è breve e spesso non c’è il tempo per essere felici!

Il mercato. Probabilmente la più grande invenzione dell’umanità. È la prima volta che lo vedo e già mi piace. Ed è raro che io apprezzi qualcosa alla prima impressione.

A parte i chocobo, ovviamente. Quale essere umano senza cervello potrebbe non amare delle creature così soffici?

C’è tanta gente qui. Un adorabile vociare avvolge ogni tenda, ogni bancarella, ogni banco di merce, ogni oggetto. Le donne si accapigliano per i tessuti più belli, i bambini scavano velocemente nelle bancarelle dei giocattoli, alla ricerca del balocco più bello, più nuovo, tra tutte quelle bambole senza occhi. Quasi quasi mi aggrego anche io, voglio un bel giocattolo, oppure una bambola alla quale posso tirare i capelli, sulla quale posso sbavare senza inzuppare le lenzuola.

Troppo tardi, Miriam mi tira per il braccio, immaginando già quella che sarebbe stata la mia reazione. Io amo i posti affollati. Adoro il fatto che chi mi cerca debba perdere la testa per trovarmi. E soprattutto amo questo disordine. Quel folto velo di neve a Macalania rende tutto troppo omogeneo, troppo ordinato. Tutto perfetto e impalpabile. Ho ancora paura di camminare sulla neve, mentre queste stradine ancor più strette per la calca di gente che si concentra attorno alle bancarelle. E non importa dove cammini, o a chi pesti i piedi, basta sgomitare a destra e a sinistra per muoversi.

Attenzione ai borseggiatori, sono una ladra perfetta, non vorrei subire qualche furtarello da niente.

Anzi, quasi quasi ci penso io. Questi ladruncoli hanno bisogno di una vera maestra qua. Ma dopotutto, chi mai resisterebbe al suono di tutte le sacche tintinnanti di guil che riempie le orecchie più del vocio delle donne e delle grida dei bambini?

Qui si vende davvero di tutto, dal banco della frutta a quello delle scarpe, da quello dei gioielli a quello dei giocattoli, e infine una zona completamente dedicata ai tessuti. Dalle assi dei tendoni pendono metri e metri di tessuto broccato, di ogni qualità e colore.

“Vado a comprare delle cose che mi ha richiesto il padrone prima di partire. Fatti un giro intanto, ma non ti perdere. Ti aspetto al ponte quando il sole sarà alto. Non ti aspetterò oltre!”

Graziosa lei. A volte vorrei tirarle il collo -affettuosamente, mi sembra ovvio- e vederla soffocare con tanto amore. Aspetto di vedere i suoi boccoli biondi e il suo cappotto grigio fluttuare il più lontano possibile da qui. Così posso darmi alla pazza gioia senza freni.

Ho deciso che sperpererò il mio piccolo gruzzoletto di guil -faticosamente rubato qua e là- per qualunque cosa io possa trovare qui. Spero di pescare qualcosa di inutile a poco prezzo, qualcosa che possa passarmi tra le mani nei momenti di noia. Io amo le cose inutili. Soprattutto perché devo impegnarmi a trovare loro una certa utilità.

Furbo, no?

Anche se trovare qualcosa -qualunque cosa- è una vera impresa. La gente si accalca ai banchi tirando verso di sé la merce desiderata a furia di strattoni e di spinte.

C’è qualcosa di dolce, di familiare in tutto questo. La gente si strattona, però non se ne fa una colpa. È un po’ come una grande famiglia, si perdonano a vicenda. C’è una pace immensa, in questo gran vociare, in questo continuo caos. Io non conoscevo il mondo, ma mi sembra di capire solo adesso le motivazioni degli invocatori.

Anche io darei la vita per questo. Questo meraviglioso disordine. Questa gioia di vivere, la consapevolezza che nessun credo suicida potrà più fargli del male. Non conoscevo questa parte di mondo. Se lo avessi saputo, invece di stare in silenzio al discorso di Yunie, avrei urlato anche io, avrei alzato le mani al cielo, e forse qualcuno sarebbe venuto a prendermi, a sollevarmi da terra.

Il dolore, la sofferenza, la vita -in un unico urlo mescolato. Per tutta questa vitalità, credo che varrebbe la pena morire. Almeno, io lo farei. E se mi sentisse mio padre, probabilmente mi strangolerebbe.

Forse nemmeno lui conosce questa parte di mondo. Questa meravigliosa parte di umanità, che si è sempre nascosta ai miei occhi. Non lo sapevo. Conoscevo il mondo guardandolo solo dall’esterno, così distante e polveroso non sembrava nemmeno meritevole di quelle morti, di quei sacrifici. Questo mondo non ha niente a che fare con Bikanel. Questo mondo sembra infinito. Non sembra nemmeno un prigione.

Le mie catene si sono sciolte come ghiaccio al sole.

Con un abile diversivo, ho infilato una mano tra la calca di persone intorno ad un banco della frutta, senza vedere quello che toccavo. Appena ho tastato con le dita qualcosa dalla buccia gradevole, senza spine, senza buchi, senza punti marci -insomma, un’azione non esattamente veloce- ho serrato con forza la mano attorno a qualunque-cosa-abbia-toccato. Mi è andata bene, è una mela gialla, succosa, luccicante. La buccia è di un sano colore giallino tendente al verde chiaro con poche sfumature scarlatte.

La strofino contro la manica del cappotto e do un morso distratto, camminando tra le fila di gente che si accalcavano intorno al banco della frutta. Nessuno mi nota, nessuno mi accusa.

Non sono nessuno. Questo sì che è splendido.

Qui, rubare è la regola. E la cosa mi riesce abbastanza bene e direi, con tanta modestia, che sangue albhed non mente. Credo seriamente di essere una cleptomane, e se la mia è davvero una malattia, devo essere solo compatita.

Compatite la povera ladruncola Albhed malata se ci riuscite.

Intravedo i lunghi capelli biondi di Miriam tra i tessuti del banco degli stracci -ops, delle stoffe- e seguo la macchia grigiastra del suo cappotto, ma la calca la assale. Una donna grassoccia mi spinge di lato, quasi facendomi perdere la mela, e perdo di vista la mia compagna, persa in chissà quali fantasticherie mentre lotta per lo straccio -ops di nuovo, tessuto- più bello.

Poco male, ho trovato un posto perfetto dove consumare la mia mela e quel pugno di pistacchi che, proprio da sbadata, ho fatto accidentalmente cadere. Nella mia tasca.

Mi siedo tra i tessuti meno pregiati, sotto il tavolo, in un angolo dove nessuno viene a ficcanasare. Ogni tanto vedo un paio di scarpe, o lo struscio di una gonna, e provo a colpire le gambe della malcapitata con i gusci di pistacchi vuoti. Trattengo ogni risata, non avrei mai dovuto infilarmi lì sotto. Se il proprietario del banco -o peggio, Miriam- mi vede, mi trascinerebbe per l’orecchio dalla mia carceriera. A proposito, non è la sua questa gonna azzurra?

Credo che abbia riconosciuto le mie scarpe, perché d’un tratto mi ha afferrata di mala grazia per il polso e mi ha trascinata da sotto il banco -facendomi quasi sbattere con la testa contro l’orlo- mentre mi faceva la solita paternale. Mi chiedo se non sia stato Rin a dirle di fare così, di trattarmi come una bestia in cattività. Come un animale debole e feroce che non sa gestirsi nel mondo.

Dico, ma siete matti?

Ho combattuto contro Sin, avevo una paura pazzesca, certo, ma non mi sono arresa, ho sostenuto Yunie fino alla fine. Questo almeno me lo si deve riconoscere. E anche se posso perdermi e mettermi nei guai, per me esiste sempre un modo per ritornare indietro.

Non avevo idea di cosa la curiosità potesse spingermi a fare, ma sono giovane e inesperta, curiosa come tutti gli adolescenti, e non nulla del mondo. Quindi me ne frego e oso. Osare è la chiave di tutto, e nulla è troppo difficile o troppo vergognoso per me. Tutto è fantastico, e io devo provare tutto, devo vedere tutto, devo toccare tutto, e devo ammalarmi di tutte le malattie esistenti, solo per sentire cosa accidenti si prova quando si resta a letto con sintomi diversi oscillanti tra mal di pancia, mal di gola, mal di testa -e altri mali.

Credo che per questo mio padre potrebbe anche uccidermi di botte.

Indosso un kimono. Il kimono rubato alla giovane aristocratica venuta qualche giorno fa. Mi ci è voluto un po’ per infilarmelo, ho litigato con la fascia che pende sulla veste in obliquo, e mi chiedo come faccia Yuna ad infilarselo tutti i giorni. È troppo larga, è impossibile stringere qualunque cosa intorno a questi fianchi troppo magri.

Non mi disprezzo per essermi vestita con un abito yevonita, e questo kimono non fa di me né una traditrice, né una persona diversa dalla Rikku in pantaloncini. Non ho paura di dirlo.

Allora perché ho chiuso la porta?

Mi annoia dare spiegazioni. Miriam è una brava persona in fondo -credo, la sto ancora studiando- e ha il suo passato con cui fare i conti. Abbiamo problemi diversi, di cui non vogliamo parlare tra di noi.

Quindi va tutto bene.

Finché ci sarà qualcuno che mi darà il motivo per cui far silenzio e non pensare ad avvenimenti trascorsi e irraggiungibili, potrò di essere una persona tranquilla e felice, che non pensa a niente e che vuole sapere come vanno certe cose.

Tipo indossare un kimono.

O mettere all’asta il proprio cervello.

Una persona può essere condannata per curiosità? In alcune fiabe sì, ma questa non è una fiaba. È la mia storia, e se non facessi qualche strappo alla regola sarebbe troppo noiosa. Dopotutto, Raperonzolo non aveva molto da fare in quella torre maledetta.

Ma questo non c’entra niente, vero?

Faccio una piroetta felice davanti al lungo specchio nella mia stanza, oggi è la giornata della noncuranza, quindi se mi volto di spalle e arriva il mostro della vanità a portarmi via non importa, perché oggi ho deciso di fare la tracotante e mi godrò questa meravigliosa giornata di menefreghismo.

Una volta ho visto Yuna fare il rito del trapasso -provo ad eseguire un balletto gioioso quanto quello. Se avessi un’asta nelle mani potrei guidare i lunioli all’Oltretomba, sono tutt’altro che aggraziata, non sembro una farfalla, ma solo una piccola Albhed con un kimono azzurro che balla con aria vittoriosa davanti ad uno specchio che non porta nessuna maledizione.

Nessun mostro è venuto a prendermi, a portarmi via.

E se fosse successo, pazienza, mi sarei reincarnata in un chocobo. Non avrei potuto avere una vita peggiore della mia attuale esistenza. Solo erba ghisal e lunghe passeggiate avanti e indietro per la via Mihen tutta la vita, disarcionando quei poveri imbecilli che avrebbero cercato di domarmi. La vita sarebbe…semplice.

E perfetta.

E se non esiste reincarnazione, allora sarei rimasta all’Oltremondo per il resto dell’eternità. Tanto, la gente lì non manca mica. Avrei passato il tempo a infastidire le anime delle persone. E magari avrei conosciuto la mamma. E avremmo fatto tutte quelle cose che fanno una madre e una figlia che non abbiamo mai fatto. E anche io sarò figlia di una madre, finalmente.

Ah, e avrei fregato gli occhiali ad Auron.

Quel pensiero mi fece vagamente sorridere. Non Auron, gli occhiali. Mi sembra ovvio che non ci sia nulla nulla nulla di Auron che possa farmi sorridere.

Sono sdraiata in penombra, mangiandomi una treccia, avvolta in plico di maglioni e cardigan, uno sull’altro. Nulla sembra riscaldarmi. La stufa accesa emanava una deliziosa luce rossastra che illuminava solo un angolo della hall. Io, al centro della stanza, su un tappeto bianco ricavato dalla pelle di un orso polare, ho gli occhi fissi nel vuoto, diretti sul soffitto che non riesco nemmeno a vedere.

Nell’ombra tutto spazia, tutto esalta i propri confini. Ma questa è la notte della noncuranza, e tutte le cose non sono quello che sono, come il paese delle meraviglie.

Solo un po’ più piccolo, e senza conigli.

Il silenzio è immenso, il silenzio è grande, il silenzio è odioso.

Poi, un cigolio sinistro, il rumore di una chiave nella toppa della porta. Sto sognando, oppure sta arrivando lo spirito maligno dello specchio. Se vuole il mio cervello, glielo posso pure mettere in un piatto e posso accompagnarlo con una bella tazza di the.

Dopotutto, fa tanto freddo, e anche per i mostri questo non è un clima ideale, -e io sono sempre stata una personcina amichevole e ospitale. E poi non saprei di che farmene di questo inutile cervello.

Un paio di passi si sentono sull’uscio, si apre la porta, la porta si chiude con un cigolio teatrale, e Rin entra nella reception, battendo gli stivali sul pavimento che tanto non pulirà lui.

“Rikku?” dice, con un tono quasi stupito. “Rikku!”

Io mi alzo in silenzio, quasi me lo avesse ordinato. Sono bassa, maledettamente bassa. E sembro ancora più magra con questo cardigan nero, ho mangiato solo biscotti, e non ho messo su nemmeno un chilo.

Lo guardo per un attimo, in silenzio, senza muovermi, senza parlare.

E lui non si muove, non parla.

Poi singhiozzo, e mi getto tra le sue braccia, piangendo. A terra, cade il mio chocobo di lana con un piccolo tonfo. Lo stesso rumore di un petalo di rosa che cade su un fiume.

…

Il mostro dello specchio non è venuto perché non conosce la strada per Macalania. Perché c’è un freddo maledetto, perché alla fine non ho un cervello così grande che possa sfamarlo.

Ammesso che mangi cervelli.

Non so cosa mangi. Non so se gli serva un’anima. Io lo aspetto, ogni notte nel mio letto.

Miriam mi ha trovata febbrile sul tappeto, addormentata, maledettamente calda, con un chocobo di lana stretto tra le mani. Avrò tutto il tempo di riflettere, riposarmi, e aspettare il mostro della vanità.

Ma tanto è finita la giornata della noncuranza, e Rin non è mai tornato.

Non quella notte. Anche se lo stavo aspettando. Io aspetto sempre, perché non so lasciar andare coloro che se ne vanno. Anche chi tornerà. Se fossi una madre sarei una dannatissima chioccia. Credo di essere un po’ come mio padre, in fondo.

Non ho mai saputo lasciar andare le persone. Non si tratta di mia madre, di Auron, di Tidus, e nemmeno di Rin. Oppure di tutte le cose insieme.

Rin non è tornato. Il principe non esiste. Lo stesso per il mostro dello specchio.

È triste vedere che le cose in cui credevi non esistono o semplicemente non sono come avresti immaginato.

Capitolo V


Cara Rikku, gli affari procedono magnificamente. Presto farò ritorno a casa. Spero che non ti senta troppo sola, principessina mia. Mi raccomando, fai la brava con Miriam, non fare i capricci, e ricordati di coprirti bene, altrimenti ti ammali! Ti voglio bene, Rin.

“Forse faremmo meglio a non dirgli nulla di ieri sera” dico, ripiegando la lettera sul bancone semicircolare. Seguo la figura di Miriam e la vedo annuire, con la mia stessa convinzione.

Niente febbre, niente malattia. Niente the obbrobrioso.

Solo un po’ di instabilità mentale, tutto qua. Dopo la giornata della noncuranza, impazzire mi è sembrata la cosa più giusta da fare. Ma quel giorno è ormai passato, e quindi sono di nuovo io, a sfigurarmi il volto con un sorriso da imbecille. Ma cosa potrei fare altrimenti?

Piangere? E perché mai? Io sto benissimo.

Inzuppo un biscotto nel latte. Dopo vari tentativi ho scoperto che il latte non era avvelenato, come tutto quello che preparava Miriam. Forse era un po’ troppo zuccherato. Ma niente veleno. Non so se sia un bene o un male.

Controllo la posta.

“Oh, ma guarda guarda, la gazzetta del moguri fluttuante, kupò” biascico, girandomi il giornale tra le mani e posandolo sul bancone. Non mi interessano le notizie, il mio latte caldo al cioccolato è sicuramente più interessante. Mi chiudo nel mio cardigan di lana verde, gonfiandomi come un chocobo in letargo, mentre mangiucchio dei biscottini.

Miriam prende il giornale con aria interessata, sorseggiando con posa da principessa un the mediocre, per cui ha sprecato una bustina di aroma al gelsomino. Spiacente cara, il the non è quello che meglio sai fare. Spero.

“Cosa dice il giornale?”

Nessuna risposta.

“Hai freddo? Ti si è congelata la lingua”

Sì, in effetti fa freddo. Fa tanto freddo. Ma non è la lingua ad essersi congelata. È la sua espressione. Pallida, smorta, raggelata. Come un fiore appassito. Ovvio che quando parlo di fiori non mi riferisco alle rose, o altri fiori belli. Più dignitosi sono quelli piccoli e inutili, che crescono tra i rovi e nelle strade, che i bambini spesso raccolgono per farne mazzolini da regalare alle madri.

La fisso, astenendomi da ogni commento e domanda. Poi, piange. A piccoli, silenziosi singhiozzi. Due grosse lacrime le solcano le guance rosse, piene.

Sguscio dal mio sgabello e le vado dietro, ad accarezzarle i capelli. Ha il viso caldo, bollente.

“Hai la febbre, Miriam?”

Nessuna risposta. La locandiera esplode, come avrebbe dovuto fare la teiera qualche giorno fa, come avrebbe dovuto fare il mio cuore quando Yuna lo ha trapassato, in un frastuono di singhiozzi e urla spezzate fatte di parole doloranti, che camminano da sole, indipendenti dalla sua voce. Respinge le mie braccia, non vuole essere toccata, come una bambina capricciosa. Tutto diventa un inquietante concerto, una pioggia di lacrime e carezze ripudiate.

La abbraccio, senza affetto o trasporto, appoggiando una guancia sui riccioli domati in malo modo in una lunga treccia bionda, e lei mi scappa dalle braccia, correndo nella sua stanza e coprendosi il volto come le mani, nell’inutile tentativo di frenare il pianto.

Io resto immobile, sul suo sgabello, delusa come una bambina che cercava di trattenere nella mani una farfalla. Sfoglio svogliatamente il giornale.

Tragedia sulla via Mihen, dice il titolo. Morti due ragazzi Albhed.

Nelle successive cinque ore non è uscita dalla sua stanza. È chiusa, galleggiante in un isola di silenzio quasi mortale. Resto seduta fuori la sua porta per lungo tempo, a scaldarmi le mani sfregando i pugni chiusi sulle gambe, sul petto, a trattenere un po’ di calore nel gelo rarefatto sopra la mia testa.

Non ho molto a cui pensare, mi limito a stare in silenzio, a controllare il respiro, a guardare i muri che con tanta fantasia sono stati tinti di azzurro. Mi gratto la testa e i miei capelli sono stranamente più lunghi del solito. Che abbiano deciso di crescere?

Lunghe ciocche biondine mi accarezzano le spalle, così lisci e sottili da sembrare un velo delicato e inutile. Li trattengo con un elastico verde, e mi mangio le punte.

Ho preso quest’abitudine, quando fa freddo e tutto è silenzioso.

Miriam non emette fiato nella sua stanza. Decido di entrare. Per quel che accadrà, non credo possa esserci peggio di tutto ciò.

Mi appendo alla maniglia della porta e la piego lentamente, spezzando il silenzio. La sua stanza è in tutto identica alla mia, ma tutto sembra essere troppo in ordine, tutto è seppellito sotto uno strato di polvere e silenzio. I miei passi sono spine in quest’atmosfera.

E lì, sul suo letto, Miriam non piange. Sembra così piccola ed eterea, il letto non si piega sotto il suo peso. Si è annullata dal dolore. Quasi non respira.

Ogni fremito un singhiozzo.

Stretta in posizione fetale, nelle pieghe della sua lunga gonna, bianca come le lenzuola. Rivedo la sua lunga treccia bionda, abbandonata sul pavimento, come una fune inutilizzabile, troppo corta per essere usata per impiccarsi. I suoi capelli, i suoi bellissimi boccoli, ora divisi in mille onde sulla sua testolina riccioluta.

Prendo qualche passo verso il letto, arrivandone ai piedi. Lentamente. I miei passi non fanno rumore.

Sgattaiolo sul letto, silenziosa come un gatto, e mi sdraio dietro di lei, affondando il viso nella sua spalla. Lei non si muove, respira piano, senza voglia.

Le stringo un braccio, piano, delicatamente. La sua gonna crea uno struscio silenzioso, trasformando l’aria tetra, rarefatta, in un’atmosfera intima e delicata. Mi prende la mano, muovendosi appena. Le sue dita con difficoltà si stringono sulle mie. È fredda. Tanto fredda.

“Ti sono vicina” sussurro alla sua spalla. Lei freme, stringe gli occhi. Strizza anche le ultime lacrime da quegli occhi grandi, verdi, secchi. Non esce niente. Il suo viso è asciutto e appiccicoso.

Per un momento cerca di parlare, ma ha la voce impastata di silenzio e dolore.

“Non devi parlare se non ce la fai” le dico, per rassicurarla, ma Miriam si scuote piano, senza un suono. Poi, finalmente, la sua voce. Suona vagamente tetra, oscura, come una corda stonata.

Un suono lugubre e terribile. Ci mette qualche attimo per accordare la voce, per ritrovare stabilità tra le sue corde vocali.

“Si chiamava Andrej. Faceva il miliziano, lo incontrai la prima volta lì, dov’è morto. Stavamo programmando di sposarci. Mi spediva sempre lettere, mi diceva che stava mettendo da parte i soldi per il matrimonio, per vivere insieme…”

Non rispondo, cerco di non piangere. Sono maledettamente sensibile e tremo come un fuscello, aggrappata alla spalla di Miriam, stretta nel suo dolore e nel mio abbraccio. Piega le gambe, un nuovo struscio ci culla nel silenzio, nel freddo. Abbiamo chiuso tutte le finestre, eppure fa tanto freddo. Un gelo che viene da dentro, e che non possiamo chiudere fuori, ad appoggiarsi ai vetri delle finestre.

“Tu avresti dato la vita per una nuova Spira, per un mondo che non si facesse continuamente la guerra, per una popolazione che non cadesse in questi errori…giusto?”

Non rispondo, la stringo più forte, affondando il viso nel suo maglione azzurro.

“GIUSTO?!” urla lei, in un singulto.

“…si” biascico io, scacciando i ricordi -e ogni tipo di pensiero. Sono stufa di questa drammaticità, di questo dolore. Ma chi ci fa soffrire non è ancora stufo.

Miriam si volta verso di me, un volto pallido e scarno, come se non mangiasse da giorni. Profonde, scure, occhiaie sotto i suoi occhi di un verde spento, scialbo. Triste, animato da una collera dolorosa.

“A cosa è servito? Dimmi a cosa è servito!”

Non mi trattengo, la spingo via, sgusciando dal letto e ricadendo all’indietro tirandomi dietro la coperta, in un volteggiare di lenzuola smosse e singhiozzi. I miei e i suoi.

“Io l’ho fatto per Spira!”

“Tu avevi detto che avrebbe aiutato il nostro popolo!”

“Preferivi Sin?!”

Lei riflette, in silenzio, consumando le sue ultime lacrime.

“E’ solo un Bonacciale, come tanti. Come tutti quelli che sono stati…siamo destinati ad essere respinti e odiati per sempre, è inutile sperare…”

Ho odiato me stessa. Il mio ruolo, e il mio passato. Mi asciugo gli occhi, e mi arrampico di nuovo sul letto, sedendomi davanti a lei. È sfigurata, i capelli ondeggiano malamente sulla fronte, gli occhi spenti, le guance segnate dalle lacrime, il viso piegato in una smorfia di dolore e di rabbia.

Le sorrido. Non so con qualche forza, ma le sorrido.

“Hai ragione, è inutile sperare. Non abbiamo nessuno cui affidarci. Ma possiamo farlo noi. Io ho fatto la mia parte, sono andata a combattere Sin. Niente è troppo difficile, Miriam, io sono ancora qui. Vedrai che presto ci accetteranno, anche se siamo diversi, perché non avrebbe più senso mandarci via!”

“Allora se la prenderanno con qualcun altro…il mondo non sarà mai come lo abbiamo desiderato…” piange lei, abbracciandomi. Le accarezzo quello che resta della sua lunga chioma lunga, sfiorando quei ricciolini biondi che arrivavano appena dietro il collo.

E’ usanza Albhed tagliarsi i capelli per lutto.

Che usanza stupida, penso, guardando la treccia abbandonata in terra, tranciata con un colpo netto di forbici. Ancora intrecciati, quei capelli non sembrano avere più alcun valore estetico.

Le accarezzo la schiena scossa da forti fremiti, abbandonandomi anche io a poche lacrimucce da bambina, che tanto nessuno ha mai asciugato.

È colpa del mondo se sono, nel profondo, una frignona.

Forse è vero. La pace non appartiene a questo mondo.

Appena l’ho vista addormentarsi, l’ho infilata sotto le coperte e sono uscita con passo felpato in corridoio. Ho chiuso la porta.

Cosa posso fare? E se viene il mostro della vanità? Se sbaglia stanza e porta via Miriam? No aspetta, i mostri non sbagliano mai… o forse sì? Non posso permettermi una cosa del genere, maledizione!

Confusa e insicura, mi siedo sul pavimento, abbracciandomi le gambe per trattenere quanto più calore possibile.

Pazienza se non avrei fatto assolutamente niente per un po’. Magari avrei potuto persino rilassare la mia mente con pensierini felici.

Sono questi i momenti che apprezzo della mia vita. Scervellarsi per trovare qualcosa di cui sorridere, una qualunque cosa che mi possa distrarre dai pensieri cattivi.

Dovrei chiedere a Rin di comprarmi uno acchiappasogni. Di quelli con sonagli, piume e pietre luccicanti. E magari me lo appendo al collo. Spero serva anche ad allontanare i ricordi e le cattive e ricorrenti intenzioni. Di cosa poi?

Sembra tutto insensato.

Ieri sera, mentre morivo sul tappeto e consumavo con pochi inutili sogni la mia giornata della noncuranza, due ragazzi Albhed sono stati uccisi. Due amici che attraversavano la via Mihen cantando un inno Albhed. È stato un matto, un fedele impazzito dopo la caduta di Yevon. Tre coltellate ognuno.

C’è posto per tutti in questo mondo.

No, non sono queste le cose che dovrei pensare. Dove sono i fiorellini? Dove sono i chocobo? In tutte le cose belle, c’entrano i chocobo.

Stendo le gambe, poggiando la schiena contro il muro. Le dure parole di Miriam mi rimbombano nella testa, punzecchiandomi come mille spilli.

Quei due ragazzi avevano una famiglia. Quante ragazze stanno piangendo ora? Quante hanno perso un amore, un fratello, un figlio, ieri notte?

Quante persone stanno ancora piangendo un lutto per la mano crudele di Yevon?

Sospiro piano, i miei respiri fanno rumore nel silenzio di Macalania. Potrei svegliare Miriam, che riposa nella sua stanza, immersa in una quiete apparente. E forse sogna. Sogna un mondo idillico e meraviglioso, quello che tutti, Albhed e non, desidererebbero.

Sogna il suo Andrej, sogna di sposarlo. E di vivere con lui a Kilika, in riva al mare, in una capanna grande solo per loro due.

Certi desideri sono troppo distanti, troppo irrealizzabili. A volte non si osa nemmeno sognare. Anche gli Albhed, che di natura sono sognatori.

Sospiro di nuovo.

Yevon crea danni, anche quando non c’è.

L’albergo è troppo silenzioso, dei clienti non c’è nemmeno l’ombra. Mi sono addormentata, lì, seduta per terra, forse per la stanchezza, forse perché lo volevo davvero, perché svegliandomi avrei pensato, anche se per poco, che tutto fosse stato un incubo.

Mi sono svegliata solo a pomeriggio inoltrato. Non che facesse molta differenza con il resto della giornata.

Fuori non nevica, né tira un vento eccessivamente forte. Il clima ideale per fare una bella passeggiata.

Vado nella mia stanza, mi infilo un paio di pantaloni -i più caldi che ho- e una maglia bianca, pulita, sotto il maglione. Passo nella reception, prendo dall’appendiabiti il cappotto, un cappello nero di lana e una sciarpa sottile.

Così protetta, esco. Nel freddo e nel gelo, con le mani ficcate nelle tasche del cappotto, il vento infuria. Mi trattengo il capello sulla testa e cammino pesantemente nella neve ghiacciata. Una chiazza rossa sommersa di neve mi saluta in quell’angolo di gelo.

Sollevo il vecchio lenzuolo. Curioso che Miriam non si sia mai accorta della sua mancanza.

Forse non le piaceva molto.

Auron è rimasto sommerso nella neve, la sua sagoma è ancora facilmente distinguibile, neve tra la neve. Gli faccio una carezza sulla cicatrice, ormai un leggero solco sulla neve, sussurrandogli parole di conforto, per scaldargli il cuore sotto la neve.

“Tranquillo, quando Miriam starà meglio ti porterò a casa con me. È una promessa” dico alla neve, a lui, abbracciandolo. E lui sparisce, facendomi ritrovare con un blocco di neve tra le braccia.

È timido. È tanto timido.

Proseguo verso il lago, a passi piccoli e leggeri, sperando che il ghiaccio non si rompa sotto i miei stessi piedi -e sarebbe un bel pasticcio- mentre cammino. Evito accuratamente il baratro, continuando a camminarci ad una certa distanza. Non si sa mai, potrei stupidamente scivolare: non sono mai stata una brava equilibrista, potrei inciampare sulle formiche se volessi.

Attraverso una lunga strada lastricata di ghiaccio e neve ed eccomi arrivata. L’entrata del tempio. Un lungo e stretto cunicolo porta all’entrata principale.

Un soffio di vento sospira pietoso tra queste rovine senza vita.

Macalania è un buco ghiacciato completamente disabitato. Un tempo c’erano gli invocatori, i sacerdoti. Ma per quanto ci resteranno ancora, dopo la sconfitta di Sin?

Sono rimasta io. Io e i ghiaccioli appesi alle rocce. Sola, come al solito.

Sembrano passati secoli dall’ultima volta. Ho perso il conto dei giorni che ho passato da Rin.

Sono passati anni, millenni. E io sono ancora qui.

Vorrei solo essere consolata, sto perdendo il cervello. Vorrei qualcuno che mi accarezzi la testa e asciughi le mie lacrime piagnucolose, come quando ero piccola.

Certe persone -io- non dovrebbero mai crescere. Crescono solo in altezza -si fa per dire- ma dentro restano bambini. E devono essere consolati, accuditi, amati. Anche quando non c’è più nessuno.

Ho attraversato il maledetto cunicolo sospeso in aria. Mi chiedo come abbiano fatto a costruirlo. Che sia un percorso naturale? La natura è padrona qui a Macalania, la forza del gelo può fare qualunque cosa.

Busso trepidante alla porta del tempio, non mi aspetto che qualcuno venga ad aprire. È una piccola e patetica speranza di compagnia.

Chi è come me non si arrende mai alla solitudine. Potrei morire su queste scale se nessuno verrà ad aprire questa porta.

Busso, con più insistenza, tremando e tossendo, mentre il mio respiro si condensa tutt’intorno a me.

Niente. Nemmeno uno spasimo.

Busso ancora, rompendomi le nocche ghiacciate sul portone. Più busso, e più il mio gesto è inutile. Le porte sbattono, le stalattiti sopra di me tremano pericolose. Non c’è anima che voglia accogliermi. Che abbia il coraggio di perdersi nelle maledette spirali nei miei occhi.

Spaventano tutti. Spaventano anche me.

Mi siedo sui gradini di ghiaccio delle scale e aspetto, avvolgendomi nel cappotto. Aspetto che qualcuno mi venga a prendere. O come minimo, mi trovi morta assiderata sulle porte del tempio. Cosa penseranno di me?

Non c’è nessuno. Ci sei solo tu.

Allora morirò in questo posto. Nessuno verrà a salvarmi. Io non voglio essere salvata.

Ormai sfumano i contorni della realtà, e tutto diventa contraddittorio.

Io non sono Raperonzolo.

Chiudo gli occhi. Mi sto addormentando, o sto per morire, non importa. Non c’è differenza.

Forse l’incubo sparirà.

Sogno. Il carissimo cervello mi mostra delle immagini confuse e senza senso. Ma stavolta il pellegrinaggio è assente dai miei pensieri.

C’è la mamma. Mi tiene in braccio, canticchiando una melodia albhed. Mi accarezza la fronte.

In fondo, c’è Miriam.

Me n’ero dimenticata.

Tutto scompare. La mamma, Miriam, persino io. Non c’è nessuno.

Poi compare lui. Questo sogno sta lentamente diventando un incubo. Auron mi guarda con cipiglio severo, come se fosse sul punto di prendermi a schiaffi.

Ti sei dimenticata di lei. Tu non sei sola, stupida mocciosa, biascica minaccioso, con la voce tra i denti.

Il sogno svanisce. Ora mi sembra di capire perché l’amato cervello non mi ha mai permesso di sognare. Ci sono troppe cose che non capisco. Però c’era qualcosa che aveva bisogno di dirmi.

C’è sempre un motivo per parlare col proprio cervello.

C’è sempre un modo per impazzire.

Arrancando e scivolando nella neve, cerco di correre il più velocemente possibile a casa. Sono infreddolita, bagnata da capo a piedi, i muscoli addormentati nella neve che mi dolgono quando mi muovo. Le gambe sono troppo deboli, devo reggermi agli arbusti e alle rocce per camminare e non cadere nella neve.

Cadere significherebbe non rialzarsi più. Non ho l’energia per fare sforzi troppo grandi, in questo momento.

La figura dell’albergo tra la neve è una ventata di ottimismo, mi fa sentire vicina alla meta. Mi sento bene. Sono stanca, bagnata, sto morendo, ma sto bene.

It’s okay. No problem.

Devo smetterla di dire che tutto va bene. Devo imparare a vedere le cose anche nel loro lato peggiore, per accettarle.

Auron, dimmi un’altra volta che sono una mocciosa e ti faccio ingoiare gli occhiali.

Sì, sono una bambina. Sono capricciosa e antipatica, urlo e saltello, e infastidisco le persone. E in più, frigno e piagnucolo come un budino di ghiaccio sotto il sole.

Dovrei cambiare.

I budini di ghiaccio sono creaturine fastidiose.

Miriam è sola da un po’. Spero che si senta meglio adesso.

L’hai lasciata sola. Sei un essere spregevole.

Perché l’hanno ucciso? Perché era ancora in giro di notte? Perché succede?

Rin non è ancora tornato. Se mi porta un altro peluche, lo lego ad un chocobo e gli faccio fare tutto il giro della Piana della Bonaccia. Così impara a lasciarmi sola.

La solitudine porta alla follia.

Voglio tenermi stretta il mio cervello inutile. Non pensavo di averne così bisogno.

Apro la porta di casa con un cigolio, mentre un soffio di vento entra viscido alle mie spalle, infilandosi in ogni angolo dell’albergo. Con fatica, riesco a chiudere la porta, schiacciandola con tutto il mio peso.

Sono dimagrita. Sono pelle e ossa.

Mi sfilo il cappotto nero dalle spalle, lasciandolo cadere a terra, e con la stessa accortezza butto a terra il mio berretto e la sciarpa marrone. Un sospiro di sollievo. Un ambiente caldo, sicuro, tranquillo, come un soffio di Bikanel dentro il mio cuore.

Finalmente a casa.

I miei scarponi strisciano gommosi sul pavimento, lasciando impronte bagnate di neve e di terra. Accendo la stufa nell’angolo, gettando nella fornace qualche ramo secco e spezzato. Un fiammifero acceso, e tutto prende fuoco.

Sorrido, alla fiamme scoppiettanti. È così bello vedere un colore così acceso, così forte. Così rosso. Il freddo non lo spegnerà, i miei occhi si beano di questa visione paradisiaca. Avvicino le mani alla griglia rovente e frego le dita tra di loro.

Appena mi sento un po’ meno congelata, mi siedo sul tappeto di orso polare e mi tolgo gli scarponi bagnati. Devo pulire prima che Miriam si svegli, altrimenti mi riempirà di botte. Ho combinato un bel casino.

Brava Rikku.

Raccatto i miei indumenti, mettendoli in una cesta per il bucato. Prima li laverò poi, appena la tempesta di neve si calmerà, li stenderò fuori. Mamma sarebbe fiera di me. Sono una brava donna di casa. La maturità dei miei quindici anni è dedita solo alla cura della casa. Farei invidia a qualunque casalinga di professione.

Esisto per sporcare i vostri lucidissimi pavimenti e saltare sui vostri letti appena fatti.

Sono il vostro terrore.

È notte ormai. Miriam non è ancora uscita dalla sua stanza. Forse dovrei controllare se sta bene.

Ma certo che sta bene!

Busso piano alla porta della sua stanza. Non un suono dall’altra parte.

“Miriam? Sono io, Rikku. Come ti senti? Si è fatto tardi, hai fame? Se vuoi cucino qualcosa…”

Bugiarda. Io non so cucinare. In questo caso potrei anche provare, non deve essere così difficile se lo fanno tutti.

“Miriam?”

Busso di nuovo. Niente.

Apro la porta.

La stanza è perfettamente in ordine, i mobili sono puliti e immobili come se nessuno li utilizzasse da anni. Il letto è ordinato, le lenzuola stese, senza una piegatura.

Ma dov’è Miriam?

Cerco in tutte le stanze dell’albergo, nei bagni, negli angoli. Negli specchi e negli armadi. Miriam non c’è. È sparita, come polvere, come cenere, come niente.

Semplicemente, non c’è. E mi chiedo se ci sia mai stata. Se i suoi riccioli biondi siano mai esistiti, se le sue lacrime addolorate siano mai state asciugate. Se i suoi sogni abbiano avuto anche una sola possibilità di avverarsi.

La casa non parla, disconosce il mio ricordo. Miriam non c’è.

Assente.

In quel momento realizzo. Non c’è Miriam. La casa è vuota. E io sono sola. Sola con le pareti, con il vento, con il ghiaccio, con la neve che si accumula sui davanzali.

Sono sola.

La rivelazione mi prende drammaticamente alla sprovvista e non so come muovermi, come agire. Non so più cosa fare. Sono sola, in una casa grande. Senza nessuno.

Stringo i pugni, trattenendo le lacrime che ormai già mi inondano gli occhi.

Se ne sono andati tutti.

Grido.

Grido; con quanta forza ho in corpo.

Grido; con tutta la voce che mi resta in gola.

Grido; fino a prosciugarmi le membra.

Grido. Ma nessuno mi sente.

Come potrebbe esserci il rumore se non c’è nessuno a sentirlo?

Auron, brutto bastardo, mi hai mentito. Avevi detto che non ero sola. Vedi qualcuno intorno a me? Io non vedo niente, io non vedo nessuno.

Odio tutti quelli che se ne sono andati. Odio la mamma, che non mi ha mai vista crescere e che non c’era quando avevo bisogno di lei. Odio Tidus, che non sapeva di non essere umano e io gli volevo bene come un fratello e volevo organizzargli un matrimonio bellissimo con Yuna. Odio Rin, perché non è tornato. Odio anche Miriam, perché semplicemente non c’è.

E odio te. Che mi hai mentito, che mi hai lasciato nella torre e sei morto prima di venire a salvarmi.

E odio tutti, perché nessuno mi ha detto che i capelli corti non servono a nulla.

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