[Fan Fiction] Il mio nome è Lara Croft

Autore: Maura85 [Scrivi]

Disclaimer: Tutti i personaggi descritti appartengono ai rispettivi proprietari.

Genere: Introspettivo

Rating: verde

Introduzione

Bella, letale, ricca. Lara Croft.
La sua vita, i suoi pensieri. La sua solitudine, la sua freddezza. Un piccolo pezzo introspettivo, ambientato nel fertile cuore di una meravigliosa quanto spietata giungla.

Il mio nome è Lara Croft

Il mio nome è Lara Croft“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?”
“E’ una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”

Un fruscio sbagliato.
In questa accozzaglia senza né capo né coda di suoni selvaggi, che eppure risuona ai miei orecchi come un’elaborata, armonica sinfonia, odo facilmente questo rumore diverso; stonato. Addirittura alieno. Richiudo di scatto il mio piccolo, sgualcito libricino, spiando con occhi attenti la giungla attorno a me: un meraviglioso organo pulsante vita e morte, illuminato dell’argentea luce lunare e dai bagliori quasi infernali del mio falò, fiero nella sua immensa piccolezza.
Una mano poggia a terra la mia copia tutta speciale del Piccolo Principe, con una delicatezza quasi infantile; l’altra, invece, scivola alla mia coscia; al fodero della pistola. Alla sua metallica freddezza. Viene illuminata dalle fiamme, mentre, silenziosa come una serpe, la estraggo.
Il mio nome è Lara Crotf.
Sono bella, sapete? Alta, formosa, atletica, dalla chioma castana vezzosamente lasciata crescere negli anni. Ah, e sono ricca. Schifosamente ricca. Possiedo parecchie ville, nella civilizzata Inghilterra: l’ammontare del patrimonio della mia famiglia sfiora di poco quello della Corona. Forse è un bizzarro modo per compensare la mancanza di effettivi membri del mio gruppo familiare: sono pochi, sì. E dopo quel buffo incidente che tirò giù l’aereo dei miei genitori, il numero si è infine drasticamente ridotto a uno: io. Sono l’ultima. Sulle mie spalle, l’insopportabile peso di secoli di ricchezze e di tradizioni.
Eppure, sono seduta a terra, in questa spietata giungla, sono sporca di sangue e fango, i capelli legati in una spettinata ma comoda treccia, il ridotto abbigliamento strappato in più punti. Non somiglio esattamente ad una fanciulla di sangue blu, in questo momento. A mia discolpa, posso solo dire di essermela vista dannatamente brutta in questi giorni; come sempre, del resto. E pare che la giostra non abbia ancora finito il suo giro.
Il mio maggiordomo dice che cerco guai per compensare qualcosa. Dice che una bella ragazza come me dovrebbe indossare più abiti con lo spacco e meno armi provenienti da chissà quale società dal sadismo innato. E’ un caro omino, il mio maggiordomo, un nonnino che tengo con me più per abitudine che per un reale bisogno. Gli voglio bene, eppure vorrei che la smettesse di rimbambirsi con inutili trattati di psicologia.
Io non voglio rischiare la vita perché oppressa da chissà quale trauma infantile. Poveri psicologi, hanno questo fastidioso hobby di voler cercare del catastrofico simbolismo in ogni cosa; non riescono proprio a farne a meno.
Non sfioro la morte perché mi sento sola. Se sto sola, è solo perché non trovo nessun che meriti la mia compagnia. Una cosa logica. Indissolubilmente logica; solo che, pover’uomo, pare non riuscire a capirlo.
Ho avuto degli uomini, della mia vita. Due terzi di questi erano degli ipocriti attratti dai miei averi. Un terzo, forse più terra terra, era semplicemente composto da porci attratti dal mio corpo. L’unico che ho amato, l’unico che, come una perfetta stupida, ho davvero desiderato avere al mio fianco per il resto dei miei giorni, giace ormai da tempo in un burrone, ove cadde dopo che gli sparai. Sappiate solo che fu legittima difese. Sappiate solo che fu un grande, grandissimo bastardo. Ma la pagò.
E’ dunque comprensibile che io cerchi la solitudine. Quando troverò qualcuno degno del mio rispetto, forse questo vuoto attorno a me cesserà; al momento, sono soddisfatta della compagnia che so tenere a me stessa. Chi sa star solo non si sente mai solo.
E se amo il rischio… beh, è perché sono drogata. Drogata di adrenalina.
Il rumore stonato si ripete; e persino la giungla pare avvertirlo, ora, tacendo molti dei suoi sussurrati, urlati, esotici suoni. La cieca canna della mia pistola sa esattamente dove rivolgere la sua attenzione, mentre le mie dita, pazientemente, ne armano il cane.
Ho recuperato un antico manufatto, oggi pomeriggio; una deliziosa rarità, alla quale davo prepotentemente la caccia da mesi. Per ottenerlo mi sono battuta con: una società segreta dagli adepti a dir poco irritabili, un intero villaggio abitato da indigeni decisamente più irritabili degli adepti stessi, numero tre statue magiche semoventi e numero uno stregone dai poteri catastrofici. Senza mettere in conto i vari boa constrictor, occasionali pazzi assetati di potere e fameliche tigri. Com’è intuibile, il mio umore non è dei migliori; e può solo peggiorare, o caro il mio Idiota Tra le Fronde. E’ bene che tu lo sappia.
“Tre secondi per uscire allo scoperto.” Recito con noia nella mia dizione perfetta. “Uno, due…”
A volte vorrei che un cattivo di turno intelligente. Dico davvero; ne vorrei uno abbastanza furbo da pensare: toh, mi ha dato tre secondi di tempo. Forse potrei provare ad uscire allo scoperto senza agitare inutilmente questo stupido machete, senza agitarmi convulsamente e senza emettere suoni sconnessi; forse potrei provare ad offrirle un tè. Dei pasticcini, se ne trovo.
Sarebbe una cosa quanto meno educata, non trovate anche voi?
Invece no. Come tutti gli altri, anche questo sfreccia al di fuori del suo verde scudo, simile ad uno scoiattolo volante idrofobo; e sapete quanto mi ci vuole, a trafiggere la sua nuca con un’assassina pallottola? Un respiro. Nient’altro. Un mio respiro, ed ecco che quel corpo ricade pesantemente a terra, inutile sacco di carne.
La giungla tace, quasi colpevolizzandomi. Ma è questione di poco.
Un animale, timidamente, riprende ad emettere il suo sibilante richiamo d’amore; un altro lo segue. Ed ecco che, quasi per un’arcana magia, la sinfonia riprende, più possente di prima, avvolgendomi. Il cadavere giace innanzi a me, e tutto ciò che i miei occhi, più ciechi della pistola, possono registrare con reale interesse è il fatto che esso, rovinando a terra, non abbia danneggiato il fuoco.
Il suo sangue inzuppa il terreno.
Recupero il mio libro; sarà la centesima volta che leggo questa storia, eppure non so farne a meno. E’ una favola che mi regalò mio padre, una storia molto dolce. Una storia che contiene qualcosa che mi sfugge.
Lo riapro, senza badare a dove ero rimasta prima di essere interrotta. E riprendo la mia lettura.


Ma la volpe ritornò della sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore… addomesticami”, disse.
(…)
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “…piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

Che dire? Lara Croft è un particolare personaggio che ha caratterizzato i miei undici-dodici anni. Ho voluto darle questo piccolo, inutile tributo.
Spero di averla resa come si deve. Spero di aver dato il giusto spessore a questa donna, che mi ha sempre colpito molto.
E spero, caro il mio lettore che sei giunto sino a qui, di non averti annoiato.
Se vorrai lasciarmi un commento ed un ancor più gradito consiglio, sappi che mi donerai un sorriso.


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