[Fan Fiction] L’intollerabile peso di un fiocco di neve : Capitolo 4

La lunga sciarpa gialla mi stringe il collo in modo insopportabile, mi sta quasi strangolando, e per colpa del berretto mi finiscono i capelli negli occhi, e sono costretta ad arrancare del vento ed ad incespicare nella neve: in tutto questo tempo trascorso nel ghiaccio, nel gelo, credo di non essermi ancora abituata agli indumenti invernali. Però almeno, mi tengono al caldo. Questo basta. Per una volta che sono uscita di casa senza mettere la sciarpa ho passato tre giorni col mal di gola a prendere quantità interminabili di quel the obbrobrioso che prepara la locandiera.

Preferisco morire di asfissia piuttosto che bere di nuovo quel the torbido dal colore malato.

Miriam chiude le porte della locanda con decisione, sbarrando con forza la porta dall?esterno, usando una lunga asta di legno azzurro. Fuori, la nebbia avvolge ogni cosa e la neve cade a piccoli fiocchi.

Si volta verso di me, scostandosi un ciuffo di capelli biondi dalla fronte, e mi sorride. ?Muoviamoci!?

Abbiamo fatto un breve tragitto a piedi, attraversando il bosco nebbioso, tra rami e arbusti dalle foglie così lucide, quasi congelate. Alla fine della traversata Bevelle ci accoglie con il suo solito brulicare di vita, il suo parlottare di donne, i soldati di guardia alle porte della città che scambiano chiacchiere coi passanti. Ormai quasi ovunque è cos ì da quando Sin è stato sconfitto. Ora Bevelle, un tempo centro della cultura di Yevon, è stata ricostruita in gran fretta e la gente ha cominciato a vivere. Per la prima volta per davvero.

Questa visione mi scalda il cuore, fin dal primo istante. Come se la neve di Macalania mi avesse un po? congelato l?anima. E adesso il mio cuore, da qualche parte dentro di me, sorride, e non so perché penso a Tidus e ad Auron.

Chissà se Zanarkand non fosse stata un po? così! Forse con più palazzi, più alti, più illuminati, ma le stesse strade piene di vita, piene di voci. Piene di sogni. Credo, senza esagerare, che non esista niente di più bello, che sia di pari splendore.

E se pure esiste, allora non lo conosco.

Ce l?abbiamo fatta! Ce l?abbiamo fatta!, grido dentro di me, ma le mie urla di gioia non riescono ad andare oltre il mio sorriso estasiato. C?è qualcos?altro, oltre la felicità. E fa ostacolo, come un blocco, lungo la gola silenziosa.

Vorrei che tu fossi qui per vederla. Per vedere quello che tu, Braska e Jetch sognavate. È bellissima Auron. Più bella che nei sogni. Spira è meravigliosa, come la volevi tu.

Non so cos?è. È un sentimento che va oltre l?amore, oltre il dolore, oltre la felicità. Qualcosa sopra tutto. E più ci penso, più sento che si dissolve, più immagino il mondo che perde i suoi contorni. È uno spazio etereo come il cielo, vuoto, leggero.

Ed è stupido, eppure sto sorridendo ancora, mentre affondo il naso arrossato nella sciarpa.

Poi ci ripenso. Mi dico ?ce l?hanno fatta? e la mia esistenza continua a non avere senso.

Miriam mi fa cenno di seguirla e ubbidisco -strano eh?- trotterellando al suo seguito e lanciando sguardi in ogni direzione, a cogliere ogni anche più insignificante particolare. Oggi, sorrisi gratis. Fatevi avanti se avete voglia di farvi sorridere da una splendida ragazza Albhed umile e indifesa.

È solo per oggi, ma alla prossima volta che succederà vi salterò in braccio. Affrettatevi, la giornata è breve e spesso non c?è il tempo per essere felici!

Il mercato. Probabilmente la più grande invenzione dell?umanità. È la prima volta che lo vedo e già mi piace. Ed è raro che io apprezzi qualcosa alla prima impressione.

A parte i chocobo, ovviamente. Quale essere umano senza cervello potrebbe non amare delle creature così soffici?

C?è tanta gente qui. Un adorabile vociare avvolge ogni tenda, ogni bancarella, ogni banco di merce, ogni oggetto. Le donne si accapigliano per i tessuti più belli, i bambini scavano velocemente nelle bancarelle dei giocattoli, alla ricerca del balocco più bello, più nuovo, tra tutte quelle bambole senza occhi. Quasi quasi mi aggrego anche io, voglio un bel giocattolo, oppure una bambola alla quale posso tirare i capelli, sulla quale posso sbavare senza inzuppare le lenzuola.

Troppo tardi, Miriam mi tira per il braccio, immaginando già quella che sarebbe stata la mia reazione. Io amo i posti affollati. Adoro il fatto che chi mi cerca debba perdere la testa per trovarmi. E soprattutto amo questo disordine. Quel folto velo di neve a Macalania rende tutto troppo omogeneo, troppo ordinato. Tutto perfetto e impalpabile. Ho ancora paura di camminare sulla neve, mentre queste stradine ancor più strette per la calca di gente che si concentra attorno alle bancarelle. E non importa dove cammini, o a chi pesti i piedi, basta sgomitare a destra e a sinistra per muoversi.

Attenzione ai borseggiatori, sono una ladra perfetta, non vorrei subire qualche furtarello da niente.

Anzi, quasi quasi ci penso io. Questi ladruncoli hanno bisogno di una vera maestra qua. Ma dopotutto, chi mai resisterebbe al suono di tutte le sacche tintinnanti di guil che riempie le orecchie più del vocio delle donne e delle grida dei bambini?

Qui si vende davvero di tutto, dal banco della frutta a quello delle scarpe, da quello dei gioielli a quello dei giocattoli, e infine una zona completamente dedicata ai tessuti. Dalle assi dei tendoni pendono metri e metri di tessuto broccato, di ogni qualità e colore.

?Vado a comprare delle cose che mi ha richiesto il padrone prima di partire. Fatti un giro intanto, ma non ti perdere. Ti aspetto al ponte quando il sole sarà alto. Non ti aspetterò oltre!?

Graziosa lei. A volte vorrei tirarle il collo –affettuosamente, mi sembra ovvio- e vederla soffocare con tanto amore. Aspetto di vedere i suoi boccoli biondi e il suo cappotto grigio fluttuare il più lontano possibile da qui. Così posso darmi alla pazza gioia senza freni.

Ho deciso che sperpererò il mio piccolo gruzzoletto di guil -faticosamente rubato qua e là- per qualunque cosa io possa trovare qui. Spero di pescare qualcosa di inutile a poco prezzo, qualcosa che possa passarmi tra le mani nei momenti di noia. Io amo le cose inutili. Soprattutto perché devo impegnarmi a trovare loro una certa utilità.

Furbo, no?

Anche se trovare qualcosa -qualunque cosa- è una vera impresa. La gente si accalca ai banchi tirando verso di sé la merce desiderata a furia di strattoni e di spinte.

C?è qualcosa di dolce, di familiare in tutto questo. La gente si strattona, però non se ne fa una colpa. È un po? come una grande famiglia, si perdonano a vicenda. C?è una pace immensa, in questo gran vociare, in questo continuo caos. Io non conoscevo il mondo, ma mi sembra di capire solo adesso le motivazioni degli invocatori.

Anche io darei la vita per questo. Questo meraviglioso disordine. Questa gioia di vivere, la consapevolezza che nessun credo suicida potrà più fargli del male. Non conoscevo questa parte di mondo. Se lo avessi saputo, invece di stare in silenzio al discorso di Yunie, avrei urlato anche io, avrei alzato le mani al cielo, e forse qualcuno sarebbe venuto a prendermi, a sollevarmi da terra.

Il dolore, la sofferenza, la vita -in un unico urlo mescolato. Per tutta questa vitalità, credo che varrebbe la pena morire. Almeno, io lo farei. E se mi sentisse mio padre, probabilmente mi strangolerebbe.

Forse nemmeno lui conosce questa parte di mondo. Questa meravigliosa parte di umanità, che si è sempre nascosta ai miei occhi. Non lo sapevo. Conoscevo il mondo guardandolo solo dall?esterno, così distante e polveroso non sembrava nemmeno meritevole di quelle morti, di quei sacrifici. Questo mondo non ha niente a che fare con Bikanel. Questo mondo sembra infinito. Non sembra nemmeno un prigione.

Le mie catene si sono sciolte come ghiaccio al sole.

Con un abile diversivo, ho infilato una mano tra la calca di persone intorno ad un banco della frutta, senza vedere quello che toccavo. Appena ho tastato con le dita qualcosa dalla buccia gradevole, senza spine, senza buchi, senza punti marci -insomma, un?azione non esattamente veloce- ho serrato con forza la mano attorno a qualunque-cosa-abbia-toccato. Mi è andata bene, è una mela gialla, succosa, luccicante. La buccia è di un sano colore giallino tendente al verde chiaro con poche sfumature scarlatte.

La strofino contro la manica del cappotto e do un morso distratto, camminando tra le fila di gente che si accalcavano intorno al banco della frutta. Nessuno mi nota, nessuno mi accusa.

Non sono nessuno. Questo sì che è splendido.

Qui, rubare è la regola. E la cosa mi riesce abbastanza bene e direi, con tanta modestia, che sangue albhed non mente. Credo seriamente di essere una cleptomane, e se la mia è davvero una malattia, devo essere solo compatita.

Compatite la povera ladruncola Albhed malata se ci riuscite.

Intravedo i lunghi capelli biondi di Miriam tra i tessuti del banco degli stracci -ops, delle stoffe- e seguo la macchia grigiastra del suo cappotto, ma la calca la assale. Una donna grassoccia mi spinge di lato, quasi facendomi perdere la mela, e perdo di vista la mia compagna, persa in chissà quali fantasticherie mentre lotta per lo straccio -ops di nuovo, tessuto- più bello.

Poco male, ho trovato un posto perfetto dove consumare la mia mela e quel pugno di pistacchi che, proprio da sbadata, ho fatto accidentalmente cadere. Nella mia tasca.

Mi siedo tra i tessuti meno pregiati, sotto il tavolo, in un angolo dove nessuno viene a ficcanasare. Ogni tanto vedo un paio di scarpe, o lo struscio di una gonna, e provo a colpire le gambe della malcapitata con i gusci di pistacchi vuoti. Trattengo ogni risata, non avrei mai dovuto infilarmi lì sotto. Se il proprietario del banco -o peggio, Miriam- mi vede, mi trascinerebbe per l?orecchio dalla mia carceriera. A proposito, non è la sua questa gonna azzurra?

Credo che abbia riconosciuto le mie scarpe, perché d?un tratto mi ha afferrata di mala grazia per il polso e mi ha trascinata da sotto il banco -facendomi quasi sbattere con la testa contro l?orlo- mentre mi faceva la solita paternale. Mi chiedo se non sia stato Rin a dirle di fare così, di trattarmi come una bestia in cattività. Come un animale debole e feroce che non sa gestirsi nel mondo.

Dico, ma siete matti?

Ho combattuto contro Sin, avevo una paura pazzesca, certo, ma non mi sono arresa, ho sostenuto Yunie fino alla fine. Questo almeno me lo si deve riconoscere. E anche se posso perdermi e mettermi nei guai, per me esiste sempre un modo per ritornare indietro.

Non avevo idea di cosa la curiosità potesse spingermi a fare, ma sono giovane e inesperta, curiosa come tutti gli adolescenti, e non nulla del mondo. Quindi me ne frego e oso. Osare è la chiave di tutto, e nulla è troppo difficile o troppo vergognoso per me. Tutto è fantastico, e io devo provare tutto, devo vedere tutto, devo toccare tutto, e devo ammalarmi di tutte le malattie esistenti, solo per sentire cosa accidenti si prova quando si resta a letto con sintomi diversi oscillanti tra mal di pancia, mal di gola, mal di testa -e altri mali.

Credo che per questo mio padre potrebbe anche uccidermi di botte.

Indosso un kimono. Il kimono rubato alla giovane aristocratica venuta qualche giorno fa. Mi ci è voluto un po? per infilarmelo, ho litigato con la fascia che pende sulla veste in obliquo, e mi chiedo come faccia Yuna ad infilarselo tutti i giorni. È troppo larga, è impossibile stringere qualunque cosa intorno a questi fianchi troppo magri.

Non mi disprezzo per essermi vestita con un abito yevonita, e questo kimono non fa di me né una traditrice, né una persona diversa dalla Rikku in pantaloncini. Non ho paura di dirlo.

Allora perché ho chiuso la porta?

Mi annoia dare spiegazioni. Miriam è una brava persona in fondo -credo, la sto ancora studiando- e ha il suo passato con cui fare i conti. Abbiamo problemi diversi, di cui non vogliamo parlare tra di noi.

Quindi va tutto bene.

Finché ci sarà qualcuno che mi darà il motivo per cui far silenzio e non pensare ad avvenimenti trascorsi e irraggiungibili, potrò di essere una persona tranquilla e felice, che non pensa a niente e che vuole sapere come vanno certe cose.

Tipo indossare un kimono.

O mettere all?asta il proprio cervello.

Una persona può essere condannata per curiosità? In alcune fiabe sì, ma questa non è una fiaba. È la mia storia, e se non facessi qualche strappo alla regola sarebbe troppo noiosa. Dopotutto, Raperonzolo non aveva molto da fare in quella torre maledetta.

Ma questo non c?entra niente, vero?

Faccio una piroetta felice davanti al lungo specchio nella mia stanza, oggi è la giornata della noncuranza, quindi se mi volto di spalle e arriva il mostro della vanità a portarmi via non importa, perché oggi ho deciso di fare la tracotante e mi godrò questa meravigliosa giornata di menefreghismo.

Una volta ho visto Yuna fare il rito del trapasso -provo ad eseguire un balletto gioioso quanto quello. Se avessi un?asta nelle mani potrei guidare i lunioli all?Oltretomba, sono tutt?altro che aggraziata, non sembro una farfalla, ma solo una piccola Albhed con un kimono azzurro che balla con aria vittoriosa davanti ad uno specchio che non porta nessuna maledizione.

Nessun mostro è venuto a prendermi, a portarmi via.

E se fosse successo, pazienza, mi sarei reincarnata in un chocobo. Non avrei potuto avere una vita peggiore della mia attuale esistenza. Solo erba ghisal e lunghe passeggiate avanti e indietro per la via Mihen tutta la vita, disarcionando quei poveri imbecilli che avrebbero cercato di domarmi. La vita sarebbe?semplice.

E perfetta.

E se non esiste reincarnazione, allora sarei rimasta all?Oltremondo per il resto dell?eternità. Tanto, la gente lì non manca mica. Avrei passato il tempo a infastidire le anime delle persone. E magari avrei conosciuto la mamma. E avremmo fatto tutte quelle cose che fanno una madre e una figlia che non abbiamo mai fatto. E anche io sarò figlia di una madre, finalmente.

Ah, e avrei fregato gli occhiali ad Auron.

Quel pensiero mi fece vagamente sorridere. Non Auron, gli occhiali. Mi sembra ovvio che non ci sia nulla nulla nulla di Auron che possa farmi sorridere.

Sono sdraiata in penombra, mangiandomi una treccia, avvolta in plico di maglioni e cardigan, uno sull?altro. Nulla sembra riscaldarmi. La stufa accesa emanava una deliziosa luce rossastra che illuminava solo un angolo della hall. Io, al centro della stanza, su un tappeto bianco ricavato dalla pelle di un orso polare, ho gli occhi fissi nel vuoto, diretti sul soffitto che non riesco nemmeno a vedere.

Nell?ombra tutto spazia, tutto esalta i propri confini. Ma questa è la notte della noncuranza, e tutte le cose non sono quello che sono, come il paese delle meraviglie.

Solo un po? più piccolo, e senza conigli.

Il silenzio è immenso, il silenzio è grande, il silenzio è odioso.

Poi, un cigolio sinistro, il rumore di una chiave nella toppa della porta. Sto sognando, oppure sta arrivando lo spirito maligno dello specchio. Se vuole il mio cervello, glielo posso pure mettere in un piatto e posso accompagnarlo con una bella tazza di the.

Dopotutto, fa tanto freddo, e anche per i mostri questo non è un clima ideale, -e io sono sempre stata una personcina amichevole e ospitale. E poi non saprei di che farmene di questo inutile cervello.

Un paio di passi si sentono sull?uscio, si apre la porta, la porta si chiude con un cigolio teatrale, e Rin entra nella reception, battendo gli stivali sul pavimento che tanto non pulirà lui.

?Rikku?? dice, con un tono quasi stupito. ?Rikku!?

Io mi alzo in silenzio, quasi me lo avesse ordinato. Sono bassa, maledettamente bassa. E sembro ancora più magra con questo cardigan nero, ho mangiato solo biscotti, e non ho messo su nemmeno un chilo.

Lo guardo per un attimo, in silenzio, senza muovermi, senza parlare.

E lui non si muove, non parla.

Poi singhiozzo, e mi getto tra le sue braccia, piangendo. A terra, cade il mio chocobo di lana con un piccolo tonfo. Lo stesso rumore di un petalo di rosa che cade su un fiume.

?

Il mostro dello specchio non è venuto perché non conosce la strada per Macalania. Perché c?è un freddo maledetto, perché alla fine non ho un cervello così grande che possa sfamarlo.

Ammesso che mangi cervelli.

Non so cosa mangi. Non so se gli serva un?anima. Io lo aspetto, ogni notte nel mio letto.

Miriam mi ha trovata febbrile sul tappeto, addormentata, maledettamente calda, con un chocobo di lana stretto tra le mani. Avrò tutto il tempo di riflettere, riposarmi, e aspettare il mostro della vanità.

Ma tanto è finita la giornata della noncuranza, e Rin non è mai tornato.

Non quella notte. Anche se lo stavo aspettando. Io aspetto sempre, perché non so lasciar andare coloro che se ne vanno. Anche chi tornerà. Se fossi una madre sarei una dannatissima chioccia. Credo di essere un po? come mio padre, in fondo.

Non ho mai saputo lasciar andare le persone. Non si tratta di mia madre, di Auron, di Tidus, e nemmeno di Rin. Oppure di tutte le cose insieme.

Rin non è tornato. Il principe non esiste. Lo stesso per il mostro dello specchio.

È triste vedere che le cose in cui credevi non esistono o semplicemente non sono come avresti immaginato.


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